Diario

aprile 2003



 
 
Venerdì 18.   Passione e morte del Signore Gesù.

Caro diario, ultimamente ti ho molto trascurato. Ma ho i miei buoni motivi (non buoni pasto nè buoni scuola). Ci son stati dei cambiamenti, delle scoperte, degli eventi così particolari e imprevedibili che mi sono per così dire imposta una rigida autocensura. Certo, se questo diario fosse privato, probabilmente avrei scritto un romanzo, ma solo se avessi avuto la certezza che nessuno l'avrebbe mai letto. E questo è impossibile: nessuna scrittura, mezzo di comunicazione per antonomasia, è mai meramente privata - la parola, la storia non esistono se nessuno ascolta; infatti, come ha detto Gesù con molto acume, "Non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che sentite nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti." (Mt 10, 26-27) Niente di male, s'intende, non ho segreti inconfessabili o crimini da nascondere, ma una certa privacy mi si impone ora come non mai, e la prima reticenza, la più sicura e radicale è stata sempre per me lo stop-pensiero, come Orwell in "1984". Arrivare a non pensare ciò che non si vuol dire. E perché non si vuol dire? Per quel coacervo di individualità, diversità, originalità strette in nodo irriducibile, fondanti un cieco abisso che mi divide dagli altri, o meglio dalla società dei più, con tutti i suoi clichée, pregiudizi e tabù, con i suoi schizofrenici meccanicismi di pensiero. Molti, non conoscendomi a fondo, non potrebbero capire, e dubito anche degli amici più stretti. Sto passando sicuramente un periodo molto importante, rivelatore di chi sono, cosa voglio e perché. Sto riscoprendo tutto il mio passato sotto luci inimmaginabili tempo fa. Sì, sto riscrivendo la mia storia dentro la mia testa; prima non esisteva quasi, era un guazzabuglio senza capo nè coda, ora comincia a prendere un senso, una direzione, è una lenta riscoperta di chi veramente sono, e tutto si rivela magicamente in significato compiuto, come un puzzle che prima ricombinavo a caso, stupendomi della sua multiforme varietà e complessità, ed ecco un'immagine come dal nulla - un universo viene non dico creato ("Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma"), ma scoperto, esplorato, vissuto nella sua novità, nel recupero più fedele e filologico della mia memoria storica; e finalmente pacificata coi demoni della mia carne e gli angeli della mia mente, camminando in serena compagnia di me stessa - amica ritrovata dopo tanto tristo vagolare - posso ora dire di apprezzare l'antica sapienza del consiglio greco: "Conosci te stesso": dolce ingiunzione, monito alla topografia di tutto un continente inesplorato, oh, sorprendente rivelazione di nomi ascrivibili, nelle mie mappe interiori, in luogo dei vari "Hic sunt leones" che coprivano sopite ma indomite vastità. (Belle parole, sì, brava Annalisa!, ma quali sono i fatti che vi si celano dietro?)

Sabato 19.   Ho preso il coraggio a due mani e mi son vista fuori, oltre che dentro. Già: tornata a casa, mi son guardata piangere allo specchio. Avevo l'impulso di consolare quella persona, di abbracciarla, di sussurrare: "Non piangere, ti prego!". Due pezzi di vetro, gli occhiali e lo specchio, la freddezza di questi materiali, il distacco proprio delle immagini rispetto al coinvolgimento delle emozioni, e il dirsi: "Ma ne vale la pena?". Sì, ne vale la pena, credimi, Annalisa, credici, l'amore è tutto, non si può comandare al cuore, l'amore è l'unica cosa che conta nella vita. Solitaria ma non sola, coltiverò amicizie, arte, musica, lettura, sport, dialogo... Il telefono, internet e la mia anima sono i cordoni ombelicali del mondo... Ma nulla di tutto ciò potrà mai soddisfare il mio cuore, assetato di amare, di amore!

C'è un giorno dell'anno liturgico che contempla la più estrema, devastante, assurda possibilità logica del numinoso: oggi nel cattolicesimo si può ben dire che "Dio è morto". Questo è lo sconforto più totale che esista, il vuoto nudo, la fine della speranza, la sconfitta, seppure effimera e transeunte, dello spirito rispetto alla materia, di Dio nei confronti del mondo. Domani risorgerà ma nessuno ci pensava, nessuno ci credeva. La morte è infinitamente più realistica della risurrezione.

Martedì 22.   Mi ricordo ancora di quando scrivevo, in testa al curriculum vitae che non ho mai spedito a nessuna azienda e non mi è mai servito per cercare lavoro, "amata poetessa" (bei tempi...) Aveva un uso diciamo così privato, per me e pochissimi miei amici, ma anche così mi è stato intimato di espungere questa specie di barzelletta di due sole parole; io non ho ribattuto, ben sapendo che per me e per coloro a cui distribuivo questo foglio poteva invece ben essere la pura verità. Non ho mai capito perché non si possa scrivere la verità. Uno scritto privato necessita, al massimo, di una verità relativa ai suoi lettori, e anche così potrebbe essere solo una libera espressione di chi scrive, senza bisogno di essere approvato dal foro interiore di tutti quelli che lo leggono o lo leggeranno. Insomma le mie parole son solo mie, nonostante tutti le possano leggere o ripetere. Ognuno può ben dire quel che vuole, sempre senza ledere la libertà altrui di fare altrettanto e di difendersi da cattiverie, maldicenze e pettegolezzi, e così facendo non ledevo nessuno, perché non mi paragonavo a nessuno. E se anche fosse? La mia opinione vale quella di un altro, non conta il numero di persone che crede in una cosa, ne basta una, anzi potrebbe non crederci nessuno ed essere ugualmente vera, anche se tutti avessero paura a dirla, o pensassero solo il contrario. Il consiglio l'ho seguito, ma chi me lo ha propinato ha gradatamente perso ogni mia stima, nel tempo della nostra frequentazione successiva. Non credeva in me, in quello che io credevo, in quello che sono. Secondo me non c'è nessun male a dire liberamente chi si è, chi si crede di essere. Al massimo ci si espone al pubblico ludibrio, ma cos'è un po' di scherno (già previsto come il comportamento più banale, in questi casi) per chi ha superato da un bel pezzo il "rispetto del mondo", come scrivevano i moralisti cattolici del sette-ottocento? I mistici, per esempio, han sempre proferito perfette assurdità per quelli che avevano la ventura di ascoltarli, erano regolarmente irrisi e nonostante ciò divennero nel tempo proprio quello che dicevano, mettendo in pratica il loro pensiero, incarnandolo con meticolosa, appassionata dedizione, al punto che ripensandoci col senno di poi, dopo la loro morte tutti dovevano convenire, pur senza condividerle, sulla verità di tali paradossali affermazioni. I poeti e i profeti, che agiscono tramite il verbo, sono ben consci della potenza del pensiero, della parola. La temono almeno quanto la amano, non è mai solo un mezzo, è già il fine ultimo del loro agire sociale. Una parola è sufficiente a creare mondi (fiat), ad aprire le orecchie di chi li ha chiuse (effatà). La parola non ha senso se non nel fertile, movente contrasto tra ciò che sembra (fiato sprecato) e ciò che designa (una visione della realtà); è causa indistricabilmente legata al fine di chi parla per modificare la realtà. Ma solo per chi crede tutto è possibile, gli altri affondano nella materia come se fosse solo materia: non lo è, altrimenti affogheremmo nel caos più totale: è pensiero solidificato dalla passione, dalla fede - dall'amore, in definitiva.
Venerdì 25.   Prendo la sofferenza su di me come una bandiera da portare con onore, con orgoglio, addirittura. Il mio spirito vi si sta forgiando come sulla fiamma, ma dubito che sia d'acciaio. Devo ergermi come una stele (di carne e sangue) all'altezza del mio smisurato dolore, tenergli testa, non cedere terreno, non ritirarmi nella chiusura più totale (nell'ermetismo estetico), guardarlo bene in faccia, senza reagire, senza battere ciglio, senza paura, sfidarlo con sgurdo fermo, prenderlo in contropiede, e così resistere a lungo, molto a lungo. Alla fine qualcuno o qualcosa lascerà il campo all'altro, scomparirà, carpito, assunto, voracemente divorato da cannibalismo rituale: io o il mio dolore! Quale dei due tremendi contendenti vincerà questa battaglia campale? E quale retorica potrebbe essere buona a raccontare l'epica vicenda, senza rovinose cadute nel tragicomico? Oh, lo so fin troppo bene: non esistono parole nè paragoni. Il passato è finito, parla ma nessuno lo ascolta. Il Don Chisciotte, il Cirano di Bergerac, L'elogio della follia son già stati scritti (non son riuscita a finirli, ahimè, troppo belli per non continuare a sognarci sopra grandiose opere aperte...). E altro, tanto d'altro, ciò che ho racimolato per i tempi duri e ciò che i tempi felici mi han fatto perdere, laggiù, nel decrepito oblio di secoli leggendari: trascino tutto con me, nel carro magico delle mie esperienze morte, mediate - fasulle, in ultima analisi. Un po' di saggezza libresca a buon mercato: sì, ma l'ho pagata con la mia vita, finora. Una vita intera stesa orizzontale su letti al sole, su pietre alpine, su spiagge iemali, su scogli, su panchine, una vita, sola più di un cane, ad approfondire la mia solitudine, a staccarmi dal mondo, a leggere le cose alte, per amore, per forza, perchè è il meglio che potessi combinare, una scettica nata circa le miracolose virtù dell'azione, ipermoderna stilita della carta stampata (altri direbbe pigra, un tempo accidiosa - e chi più ne ha più ne metta). Ma io dovevo vivere nella mia carne e dentro la mia mente un'avventura inenarrabile, cose che non si possono scrivere, dire, pensare - che dico? - immaginare. L'orrido e il sublime, mie croci e delizie, la passione e il distacco, gli inizi sfolgoranti e le fini sfumate in dissolvenza, l'amore e la guerra (e questo è nulla - le mie amatissime parole non bastano, oh come le odio per i loro limiti!, per i miei limiti che esse esplicano così perfettamente! Crudeli parole, perché non parlate, infine? Perché non vuotate il sacco? E tu, Annalisa, abile infingitrice che ami il nascondimento dietro a improbabili dita, perché ancora reticenze, stacchi d'effetto, questi salti di palo in frasca?), e su tutto un'estatica contemplazione, dolce come il miele, ineffabile, ieratica, insieme lassa e zelante ai limiti dell'assurdo, della noia, del lento suicidio, come ipostatica sacerdotessa all'altare del nulla. (E chi ci capisce qualcosa è bravo! - Eh, sì, lancio messaggi cifrati, in codice, lancio dalla mia isola autistica messaggi in bottiglia, che arrivino intatti e virtuali dove voglio, ma non posso, arrivare di persona - ma tanto non ci arrivano lo stesso! Ogni mia parola è una preghiera non so a chi, a cosa - oh, lo so fin troppo bene, ma è dura ammetterlo: sì, ma non posso, è indegno di chi dovrebbe desiderare solo Dio, è da pagani essere così attaccati a una di quelle che nel cristianesimo son dette creature! Eppure è così, tragico ma vero, e finché è così neppure Dio in persona potrebbe far qualcosa per me! Dio dovrebbe dunque servire a dimenticare tutto il resto, quando questo mondo ha toccato il fondo delle sue promesse non mantenute, delle sue ingannevoli illusioni? Mi rifiuto di pensare a Dio come a un surrogato di qualcos'altro.

Aut, aut: Dio

1.  o è un idolo tra i tanti, interscambiabile con persone e cose che via via ci attirano come tante piccole calamite per qualche misteriosa, imperscrutabile, diabolica alchimia - e allora Dio non è, non esiste, o si fa come se non esistesse, si cade cioè dall'ateismo teorico a quello pratico, dalla padella alla brace

2.  o è, come dovrebbe essere, il Tutto di cui solo è degno essere affamati, il Solo che può veramente sfamarci tutti, ma allora dovrebbe avverarsi il detto indù: "Il santo non sopravvive 21 giorni all'Illuminazione", perché chi mangerebbe più qualsiasi altra cosa, chi si difenderebbe più dalla morte, da questa beata unione con Lui?

Giovedì 24.   Oggi è accaduta una cosa sconcertante, assurda: dolorosa, se si può dir così. (Ognuno si crea e quindi si merita il proprio dolore, fatto a sua immagine e somiglianza. Non lo si subisce passivamente, lo si combatte a fronte alta. C'è una grande dignità nel soffrire, inaccessibile a chi non ha coraggio.) Appendevo una pubblicità alle bacheche della Casa dello studente di Corso Gastaldi - calma piatta come inizia un qualsiasi thriller - e una persona (ora non qui meglio identificata) ha ringhiato alla mia sinistra: "Togli il mio nome dal tuo sito!", indi ha strappato davanti ai miei occhi, appallottolandolo in pugno, il foglietto che avevo appena appiccato. E' seguito un lungo monologo delirante, di tono minaccioso: "E' pronta per te una lettera, mi ascolti? Ti farò vendere le tue cose più care, ora mi fan comodo i soldi, procedo per vie legali, ti do 48 ore di tempo, hai paura di me? Lo toglierai? Non mi rispondi?" e via di questo tenore, accompagnando il tutto con espressioni ora serie, ora di scherno - schizofrenici lampi di sorriso tra bufere di parole farneticanti - cinque minuti di ordinario terrorismo spirituale (e lo sappiamo, ne uccide più la lingua che la spada). A tutto ciò, interdetta e stupita (forse anche un po' spaventata, non lo posso negare), non ho ribattuto neanche una parola, non mi è piaciuto opporre nulla se non una sdegnosa ritirata, non senza una sua precipitosa rincorsa al grido: "Rispondimi!".  Capito il motivo? Sembra che non voglia esser nominata nel mio sito (il mio povero sito dilettantesco, che non vende niente, che interessa a ben pochi italiofoni al mondo, fatto in proprio, in casa... Insomma, non per finta modestia, è ben poca cosa, o no?). Lascio credere che motivi ce ne siano tanti, non lo posso certo negare. Chi può mai entrare nel sacrario delle umane menti? Devo dire però che nessuno mi ha mai trattato così in tutta la mia vita. Per esempio, non sono mai stata picchiata da nessuno, nemmeno dai miei genitori, e certo nessuno si è mai appellato a me in quel modo. Ho tutto il diritto di pretendere scuse formali da quella persona che pure è stata tra i miei amici più cari (ora non so più come considerarla), ma non lo farò: io sono, come la stessa ha affermato, "la donna che non chiede mai".  Ebbene, sì, non ho mai ceduto a ricatti, in tutta la mia vita. Mi spezzo, ma non mi piego. E' pericoloso, lo so. Ho sempre pagato per essere chi sono, libera come il vento (sempre secondo me). Mi puoi spezzare il cuore, amaro destino, mi puoi ridurre sul lastrico, non mi ribello, ma non mi puoi chiedere di tradire me stessa. D'altra parte non pretendo niente dagli altri: a ciascuno il suo, e non prendere ciò che non è dato sono due sagge sentenze. Se necessario, si dia a Cesare ciò che è di Cesare. Ciò che è di Cesare non è mio, meglio mollare sulle cose inessenziali. Le cose vanno e vengono, ma le parole restano, come macigni. Alle parole non si comanda, quando ormai sono già state dette. E' dura, ma è così. Hanno un loro peso specifico, che sostanzialmente dipende da chi le ha dette. Hanno una loro vita, nascono sulla bocca e muoiono, prima o poi, nelle menti di chi le ha ascoltate. Ma, come disse Ponzio Pilato, ciò che è scritto è scritto. Non ho mai rimangiato ciò che ho detto o scritto, sarebbe un colpo basso al mio smisurato, bambinesco orgoglio. Le mie parole sono mie, le parole degli altri sono degli altri, che se le riprendano pure, non le tratterrò al mio cospetto! E sia pure, via il suo nome dalla mia homepage! Tanto... Con un quesito: meritava, infine, di comparire sulla mia copertina? Ed ecco la tragedia greca: penso di sì (sic!): nel mio cuore alberga un profondo sentimento di pietà, cosa dico, sì, proprio d'amore, per quella persona, e non certo per carità cristiana (carità che d'altronde non meritava di finire nella polvere odierna, con l'accezione che si ritrova dopo più di 2000 anni di storia gloriosa)!
Lunedì 28.   Sabato scorso ho ballato per la prima volta in vita mia in una vera discoteca! Penso infatti di dover escludere dal novero un centro sociale gratuito ai murazzi di Torino (dove per la prima volta, anni fa, mi son buttata a ballare - l'ambiente era finalmente sufficientemente libero), una discoteca in montagna dove abbiam dormito durante una 24 ore di monopattino a squadre (perché ci sponsorizzava), un'altra di Genova alla festa dei 18 anni di una mia compagna di liceo (dove comunque non ho ballato perché mi vergognavo pensando di non saper ballare visto che il mio modo è radicalmente diverso da tutti gli altri) e due piccoli club dove ultimamente ho fatto qualche salto con delle mie amiche. Ebbene: naturalmente mi son fatta notare, per me è normale, direi, non ho scampo, quando faccio qualcosa in compagnia mi si nota subito, non è che lo faccio apposta a dar nell'occhio, ma o ballo sul serio, o non ballo neanche, e così in tutte le cose. Allora mi han definito, al microfono, "la Duracell, che dura di più, quella che ce l'ha duro" perché si vede che ballavo proprio scatenata, infatti devo dire che spesso gli altri mi sembravano quasi immobili al mio confronto. Ho capito che mi piace tantissimo, ma devo farlo a modo mio, senza sperare di imitare gli altri, o di imparare da loro: corro, salto ovunque, ho bisogno di un certo spazio che comunque, dimenandomi da derviscia selvaggia, mi si crea intorno quasi automaticamente. Qualcuno ha persino insinuato che fossi drogata, ma evidentemente non mi conosceva: non ho mai fumato neanche una sigaretta in vita mia (solo una tirata un'unica volta, per provare, ma mi ha fatto proprio schifo, non capisco perché ci si debba sottoporre a un vizio così assurdo, dispendioso, insalubre, di cattivo gusto per sè e per gli altri attorno a te!), mai pasticche, rarissimamente ho bevuto vino o alcolici, senza provare nessun piacere particolare (infatti devo dire che non mi piacciono), mentre invece quasi tutti gli altri bevevano forti alcolici, e poi certo che siete imbambolati, ragazzi miei! Solo una Schweppes Lemon e cinche bicchieri d'acqua del rubinetto, la cosa più dissetante che ci sia al mondo! Non mi sono mai ubriacata in vita mia, se è per questo, ma so come ottenere stati mentali speciali: ruotare velocemente intorno a sè stessi, girando molto anche la testa, a ritmo con la musica, anzi, esattamente al doppio del ritmo, come una vera forsennata. Ma in qualsiasi momento posso smettere e sono sempre sveglia e chiara di mente. Anche col digiuno e la veglia notturna si possono ottenere quasi delle estasi, provare per credere, ma lì è più difficile smettere a comando. Insomma, il giorno dopo (cioè ieri) avevo le ciocche ai piedi: sì, devo stare ben attenta alle scarpe e alle calze che mi metto la prossima volta, perché rischio, come se facessi con mio padre una maratona. Anche i polpacci mi dolevano, ieri e un pochino anche oggi. E' perché mi piace saltare sulle punte, senza appoggiare quasi mai il peso sui talloni; questo me lo ha insegnato la bicicletta. E poi recuperavo con piacere anche tutte le mosse come per giocare a calcio: questi infatti sono i miei sport preferiti, che mi hanno formato, su cui mi son fatta le ossa da piccola, e dei due me ne è rimasto uno solo, il ciclismo, che pratico tutti i santi giorni dell'anno (mi piace molto anche il pattinaggio, ma è più raro - peccato - il calcio invece l'ho proprio abbandonato, ma lui non ha abbandonato me - giocavo anche sei ore al giorno, correndo al massimo, senza risparmio - lo sci non mi piace più, è diventato troppo pericoloso andare alla mia velocità preferita): ho un allenamento, cari miei, che quando ballo sono un'atleta che sfrutta tutto il suo passato tanacemente investito nella cosa più sana che si può far fare al proprio corpo: un gran movimento. Sì, mi piace il movimento, anche quando leggo, pur cercando sempre la posizione corporea più rilassata possibile, faccio yoga e stretching, senza pensarci, e comunque lo considero il più grande movimento per il cervello: viaggiare coi libri in mano, entrare in mondi diversi dal proprio, mettersi nei panni degli altri, fare esperienze vaste, profonde, coivolgenti, se pur mediate dalla parola, è il piacere più grande che si possa concedere alla propria mente (sempre secondo il mio personale parere): oh, la lettura! Se però si esclude la musica, vera delizia degli dei...
Martedì 29.   Ennesima rivoluzione nella mia homepage: basta con i colori, i bei disegnini, i rimpianti, il pensiero del passato: ora solo la nuda severità dello sfondo nero, con qualche residua cornice quasi funeraria!