Diario

aprile 2005



 
 
Lunedì 18.   Ieri, dopo aver suonato un battesimo in Albaro, ho visto due film di una rassegna gratuita al cinema America di via Colombo, trovando là Francy e Gabry: alle 19 Mein Name ist Bach, sulla vita del grande compositore e dei suoi figli, e alle 21 (posticipato alle 21,50 per il ritardo dell'aereo con il quale la regista francese arrivava dall'Argentina) Demi-Tarif, le disavventure di tre bambini soli a Parigi: entrambi sottotitolati in italiano. Dopo, Federico e Massimo in piazza delle Erbe.

A messa e battesimi sto suonando tanti diversi brani dalle Suite Francesi e Inglesi di Bach, altri dal Clavicembalo ben temperato o dalle Partite per clavicembalo. Sono molto belli, di non difficile lettura, ne studio diversi ogni settimana e all'organo rendono bene. Bisogna avere un tocco molto preciso, decidere con una certo gusto gli staccati, i portati, i legati, alternandoli tra le mani, ripetendo uguali moduli ritmici con uguali tocchi di dito. Il perfetto contrappunto con cui sono creati fa sì che ci sia un'alternanza variata di tocchi, una distribuzione fantasiosa, ricca di sorprese, mai banale tra le varie voci, tra i registri, tra le mani e i piedi... Di ogni nota è importante la fine (cioè la durata) almeno quanto l'inizio (cioè il momento dell'attacco), ognuna è calibrata a seconda dell'importanza ritmico-melodica della nota seguente. Prima di un battere da accentuare particolarmente (e perciò legato alla nota seguente), le ultime note precedenti (e soprattutto l'ultima in assoluto) sono staccate, spesso staccatissime. Così si riesce a dare accenti anche su strumenti che non sono melodico-espressivi, come l'organo e il clavicembalo.

Mercoledì 20.   Ieri non son andata alla Rassegna del Nuovo Cinema Europeo, anche se c'erano ben tre recentissimi film in lingua originale, perchè mi son emozionata davanti alla tv per l'elezione di Joseph Ratzinger papa: Benedetto XVI, Mubarak in arabo, Baruk in ebraico, nome di pace. Per la prima volta nella mia vita l'ho sentito parlare: prima ne parlavano solo gli altri, e a dir la verità ne ho sempre sentito parlar male, con astio, o come minimo con sospetto. Invece mi son fatta una mia idea su di lui, dopo averlo ascoltato a lungo in diverse interviste, omelie, discorsi pubblici che prima non trasmettevano mai dal vivo, ma di cui sentivo solo il sunto nel commento acido degli anticlericali di turno. E la mia idea personalissima, basata solo su quel che sento direttamente dalle sue labbra e da come lo vedo mentre parla, è: un uomo molto colto, tranquillo, intelligente, dalle idee molto chiare e precise, come un professore universitario d'altri tempi, aperto al dialogo, dalla sensibilità squisita, affabile nei modi (mi piacciono le sue mani, in particolare: come le muove - poi scopro che si diletta a suonare il pianoforte!), attento nell'ascolto, sicuro nelle sue affermazioni, ma anche ironico, sorridente, dolcissimo - infine simpatico, se posso azzardare un giudizio a pelle sulla sua persona - pur avendolo visto e sentito così poco. E sopra tutto, una grande logica, una razionalità impeccabile, una visione profonda dei problemi dell'anima. Cos'è l'unica cosa che rimane? Non i soldi, non gli edifici, neanche i libri, perchè tutto ciò che è materiale si disfa, basta solo aspettarne il tempo. L'anima, la persona umana: dovremmo preoccuparci,  soffrire, ma soprattutto gioire eslusivamente per questo, per null'altro. Tutto il resto, cioè il mondo materiale, dovremmo badarci il minimo, e solo in funzione dell'anima, dei riflessi che ha sulla nostra anima (ed ecco l'importanza della musica: toccando la materia, si tocca in realtà l'anima - nel modo più essenziale e puro). Due tentazioni: una teologica, il relativismo culturale (cioè non cercare il meglio in campo spirituale, non voler veramente conoscere), l'altra antropologica, ricrearci autonomamente, diversamente da come Dio ci ha creato. Queste sono le maggiori tentazioni moderne. E devo dire che l'analisi è perfetta, incredibilmente precisa e toccante. Solo che bisogna aver l'inestimabile dono di un grande discernimento per capire chi è Dio, qual'è il modo (e/o la religione) migliore per trovarlo, cosa Dio vuole da noi, e come ci vuole, come ci vorrebbe, cosa desidererebbe per noi... Per me, voglio dire. Come mi desidera Dio? Dio è una persona che desidera? Credo di sì, ma questo potrebbe valere solo per me, non intendo imporre il mio pensiero agli altri, a chi so che pensa a Dio (o Spirito, Energia, Forza) come impersonale, come un'entità quale la Natura, un qualcosa di astratto (mitizzato) ma allo stesso tempo come immanente nel mondo. Si sconfina nel panteismo o in vaghi teismi che non mi parlano, che non mi dicono una sola parola in italiano... Ho bisogno di comunicare, con Dio, penso che se veramente esiste ci voglia sempre dire qualcosa, e comunque amare come una persona ne ama un'altra, non dandoci una certa qual energia o forza soprannaturale, ma in un dialogo amoroso che ci curi dal male e ci guidi al bene e perciò alla gioia. Parlo al plurale quasi per umiltà, perchè in realtà penso solo per me, e penso che non ho il potere nè l'autorità nè alcun diritto di imporre il mio pensiero agli altri. Scrivo questi pensieri solo per me e per chi eventualmente ne sentisse una qualche eco dentro di sè, quasi risvegliando il suo vero io... Un io, il mio, che a poco a poco vorrei trovare, pur procedendo come nelle tenebre e in un pantano, sembrandomi però di vedere una luce, lontano. L'unica cosa che posso fare è andarci più vicino. Sarebbe perfettamente inutile, infatti, continuare a star fermi, bloccati, in un teso immobilismo, solo perchè non si sa ancora se è una vera luce, quanto è distante, che effetto farà ad avvicinarsi, se è un abbaglio o se è l'inizio della salvezza. Che importa? Intanto ci si muove verso un qualcos'altro che non sia quello che attualmente ci circonda, e che conosciamo fin troppo bene!
Domenica 24.   Iniziato il corso per operatori del Telefono Amico. Siamo una decina di allievi, due vengono a Genova (allo Star Hoetl President, sala Doria - Ce.Li.Vo - Centro Ligure per il Volontariato) addirittura da Ovada, per sei incontri, il mercoledì sera. Costo, 10 €. Una persona l'ha già fatto l'anno scorso, ma le è piaciuto così tanto che fa il bis. Bisogna andare ad almeno 5 incontri su 6, se no non viene rilasciato l'attestato di partecipazione. Francesco, il relatore, laureato in filosofia, è finora caduto solo su due etimologie, che tuttavia non mi son passate inosservate, data la mia frequentazione notturna di dizionari ed enciclopedie: "dispetto" e "rispetto". Non essendo ufficialmente un'esperta, ho glissato sull'opportunità di un mio eventuale intervento, anche perchè avevo solo un'intuizione, un sano presentimento, da verificare a casa con calma, prima di mettermi in mostra sbandierando una cultura che non ho ma a cui attingo (la sapientia mundi) come da un pozzo infinito. Eh, sì: non mi convinceva la spiegazione: ris/petto, dis/petto (dare il petto o voltar le spalle), troppo ingenua per essere vera, in effetti sembra una mnemotecnia per ricordare sinonimi e contrari e quant'altro, come in un minestrone (as/petto, cos/petto), mentre l'etimo deriva dal verbo vedere, guardare (come anche speculare, specola, specie, spezie, spia, specchio, speciale, e con una radice indoeuropea importante, SPEK, osservare attentamente). Lo presentivo, perchè avevo letto antichi italiani che parlano di "rispetto umano", contrapponendolo a quello divino, autori religiosi che intendevano: non pensare alla gente che ti sta guardando, ma anche autori più o meno laici che usavano "rispetto" non in senso moraleggiante, ma logistico-visivo. Be', la prossima volta glielo farò presente. Ha un eloquio fin troppo fluente, per non inciampare ogni tanto in cose simili. Io, invece, esito sempre, vado a tentoni, scelgo le parole come afferrandole da venti lontani la cui eco mi risuona fiabescamente nelle orecchie, cerco i suoni che possano offrire il miglior corpo ai miei pensieri, mi piace la storia delle parole, la loro geografia nel tempo, le inflessioni che prendono... Si affonda nell'infinito, nel lontano indefinito... La velocità non è il mio forte, insomma! Mi consolo con la profondità, la poesia - la critica...

Scrive la mia amica NightWalker:

Nessuno dovrebbe avere un nome.
A nessuno dovrebbe essere dato un nome alla nascita. E neanche dopo.
I nostri nomi dovrebbero essere tanti quante sono le persone che ci conoscono. Ognuna di queste persone dovrebbe poterci dare il nome che preferisce, che corrisponde alla sua idea di noi. Ognuna di queste persone sarebbe la sola a chiamarci con quel nome particolare e ognuna di queste persone ci chiamerebbe in modo diverso. I nomi più importanti sarebbero quelli che ci danno le persone che ci amano e che noi amiamo.

Perchè noi non abbiamo bisogno di dare un nome a noi stessi. Noi siamo.
Non c'è bisogno di un nome per essere.

Il nostro nome unico, quello vero, al di là di tutto, sarebbe il suono che ci corrisponde nel pensiero di dio. Segreto, e sconosciuto a tutti, noi stessi compresi.

Bello, quel suono che ci corrisponde nel pensiero di Dio... Un suono segreto, divino come Chi lo pensa... - Lo pronuncia anche, con una bocca simile alla nostra? Una lingua, una gola? Un suono palatale, gutturale, dentale, liquido...? Quindi, una loro combinazione, giustapposti nel tempo, come le nostre parole? O un pensiero puro, mutuato nella sua sostanza dal nostro mondo materiale, però tutto e solo interno alla mente di Lui? - Mente? - Si fa per dire... - So che qui molti tentennano. - Finché si usano poetiche metefore, va tutto bene, ma la realtà è misterica, inconoscibile... - Allora perchè continuiamo a parlarne? Solo perchè ci piace parlarne? O c'è qualcosa che si può dire? Che si può pensare? Comunque, quella segretezza, quella separazione (da cui la parola sacro), quell'infinita lontananza, sono evocative, fanno sognare... Una visione di Dio molto musulmana, così alto e puro - irraggiungibile! Ma allora perchè ci avrebbe creato? Siamo dei trastulli contro la Sua noia immortale? Un nobile passatempo... Ma allora perchè "a Sua immagine e somiglianza"? Frase biblica, ebraica, cristiana, persino coranica, in tutto musulmana... Se noi siamo a Sua immagine e somiglianza, la natura umana non gli è aliena, ed ecco il paradosso: perchè Lui ci comprende, ci vede, ci sente, e noi, che pure ci ha creato simili a Lui, non Lo riusciremo mai a comprendere, vedere, sentire - abbracciare? Potremmo mai parlarci insieme? Insomma, delle due, l'una: o si espunta quella frasetta dai sacri testi, oppure Dio è ad immagine e somiglianza dell'uomo (che infatti è a Sua immagine e somiglianza). Oppure queste immagini e somiglianze son solo a senso unico? Noi somigliamo a Dio, ma Dio non somiglia a noi? Ma se due cose si assomigliano, vedere l'una è quasi come vedere l'altra, o no? E se nel caso di Dio questo non vale, allora è inutile parlarNe, tout court! Parliamo, pensiamo ad altro, ma per favore non veniteci più a dire che siamo a Sua immagine e somiglianza, però in un certo senso molto speciale... Emendiamo, omettiamo, interpretiamo, o tiriamo invece le logiche conseguenze? Comunque il testo della mia amica si presta ad un mio altro pensiero: il nome è un'identità? Identità, una cosa uguale a se stessa, identica: idem, da cui item, in inglese: tema, soggetto su cui parlare. Il nome proprio, su cui ho avuto molto da pensare, e che ha dato il titolo alla prima delle mie poesie in home page, è un'identità personale - ma anche sociale, al cospetto di qualcun altro, foss'anche il solo Dio. Quindi ognuno ha una sua idea di noi, ognuno ha un suo modo di chiamarci. Il nome proprio vorrebbe rendere quest'idea il più coerente, il più unitaria, il più univoca possibile. Ce la fa? O stiamo diventando così tanti, così profondamente diversi l'un dall'altro, che questo immane compito deve esser gestito da diverse identità, maschere, avatar, nomi propri, uno per uno, e nessuno per tutti? Nomi propri, ma non più autonomi: eteronomi, anzi, proprio nomi altrui... Nomi alieni, nomi a legioni, nomi di demoni, come nel celebre passo di Vangelo sull'indemoniato? Un'identità composita, frammentaria, variegata... E però anche problematica, schizzoide, strana (perchè per buona parte estranea, straniera). Un segno dei tempi, sicuramente: interetnico, solidale, equo, relativistico (la Ratzingeriana dittatura del relativismo si esprime anche così), paritario e paritetico... La singola persona non ne sarà schiacciata, come da un peso sociale troppo lordo da portare?

Giovedì 28.   Ieri seconda puntata del corso per operatori del telefono amico. Altri presenti: Nite, Alexandra, "Bella Gioia", Alessandro, Diana, L. etc. Teoria ed alcuni esercizi d'ascolto, base di ogni efficace comunicazione.

Letto l'ultima bloggata nottiluca della NiteWalker (vedi Amici): luci nelle tenebre, come un solitario faro, che segnala sé stesso per esser meglio evitato: tu invece, perché ti si conosca meglio (o per conoscerti appieno), al di là di certi oceanici silenzi pieni di ascolto (sei già molto avanti, in quel corso: perché non le dai tu le lezioni? Lezioni di vero ascolto, in cui saremmo noi allievi a parlare!)... Ma come il bue muto (san Tommaso d'Aquino) aspetti l'ora a te più congeniale, col suo più che ragionevole distacco dai giorni, dal tempo, dallo spazio sociale (eppure nel suo cuore intellettuale, il web), per spaziare tu stessa e infine parlare... Dei tuoi interrogativi, delle domande che ti fai, delle ipotesi che ti solleticano, della poesia che ti tocca - e che tocca anche me:

la Poesia e la Bellezza si autenticano da sole

l'anima percepisce la Verità come i polpastrelli percepiscono gli oggetti

un campanello che l'intelletto suona per risvegliare il cuore

Devo sottolineare che nel mio diario non metto mai maiuscoli i nomi comuni? Solo i nomi propri, più Dio, che pur non essendo un nome proprio fa eccezione... La verità o la vita o la "via della vita" o la bellezza, la poesia, l'universo - tutti minuscoli. Semplicemente, mi attengo a una regola grammaticale imparata alle elementari, e - questa data per scontata - procedo senza pensarci più. A quante cose dobbiamo non pensare più, se vogliamo pensare a qualcos'altro, tramite quelle! O altrimenti, come faremmo a pensare a qualcosa senza l'ausilio di altre? Ciascuna è in relazione con tutto il resto. E son begli esercizi intellettuali, questi pensieri in cui si dà qualcosa per scontato, pur di pervenire a qualcos'altro di originale, di poco banale (come se questo magico operare non fosse ossimorico, paradossale, aporetico di per sè!)... Salire, tramite cose che toccano sempre terra (indiarsi, alzarsi a Dio)... Ma ciò che desideriamo (cioè, etimologicamente, le stelle siderali), è fuori della nostra portata, ha bisogno di un salto in alto (più che di un passo avanti, come sembrano far alcune religioni venute dopo altre), di un azzardo verso un piano superiore, che per sua stessa definizione non tocca mai ciò che sta sotto... Ma siamo sicuri di riuscire noi che siamo del pianterreno a spiccare questo volo che tanto bramiamo, forse proprio per la sua incredibile audacia (o, più realisticamente, per la sua palese impossibilità)? Ciò che non si può avere è anche ciò che più si desidera. Il cristianesimo ha risposto storicamente, pragmaticamente a questa brama: non è l'uomo che può arrivare a Dio (altissimo inconoscibile segreto perfetto, per sempre e totalmente sacro=separato da noi), ma Dio (che può tutto - può anche non-esser-più-Dio) ha compiuto un miracolo sbalorditivo: diventare uomo, immedesimarsi con il piano inferiore, impastarsi nella polvere, pensare come un uomo, con un cervello, sentire con il cuore di un uomo, ciò che un tempo risuonava come discendere dal cielo... L'Islam per me è difficile, duro: mi mette di fronte in continuazione il mio limite di creatura e l'altissimo Dio è talmente irraggiungibile che perderei la speranza: Lo bramo ma so già che non Lo potrò mai conoscere, nè ora nè mai, in quanto sono su un altro piano, il piano di sotto: richiede un'infinita sottomissione, cioè Islam, accettazione incondizionata. Per me questa sottomissione sarebbe veramente eroica: a cosa serve che io brighi, faccia, studi, mi muova, aneli, desideri, persegua il bene, fugga il male, cerchi Dio, se non ho nessuna speranza di raggiungerLo, di gustarmeLo? Io una gioia solo umana, ricca solo dell'accettazione del suo limite strutturale, non la voglio, la ripudio! L'unica gioia che desidero veramente è vedere Dio, gustarLo, provarLo, capirLo, parlarCi in qualche modo, avere un reale rapporto con Lui. Sapere che c'è, ma sapere anche che sarà sempre, sempre e solo più in là di dove posso arrivare io: questa è la più grande frustazione che esista sulla terra!!! Una comunicazione a senso unico, la Sua: ci dà dei consigli e degli avvertimenti per il nostro bene. Ma il nostro vero bene, cioè Lui, non ce Lo darà mai, mai! E noi solo a sospirare, ad elemosinare le nostre povere cose umane qui sulla terra, e alla fine al massimo avremo un Paradiso adatto a noi: piaceri materiali, e per il resto mettiamoci il cuore in pace. Anzi, una pietra sopra. Suvvia: vedere Dio? Bestemmia! Eh, no! Io non ci sto! Egli ci ha creati a Sua immagine e somiglianza per permetterci di cominciare a conoscerLo conoscendoci tra noi, intanto, qui sulla terra: Egli è una persona amorosa, pensante, volente e desiderante almeno quanto noi, se non infinitamente di più. Ma un infinito che grazie alla Sua genialità ha Lui stesso disceso per venir incontro alla nostra finitezza e farci gustare almeno una parte finita del Suo amore, della Sua gioia, della Sua bellezza, che altrimenti ci rimarrebbe per sempre inaccessibile, persa nel Suo inindovinabile supramondo... E questo è quello che penso io: certo, sarò anche una figlia del mio tempo, ma mi permetto di pescare liberamente tra tante sacre scritture (tante e così mondiali da far girare la testa, ultimamente!) e, come dice Gesù: Perchè non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Già, perché non iniziamo a farlo? Ma seriamente, però. Dar autorità a noi stessi, dice la mia amica. Il pensiero profondo di ciascuno di noi, l'autonomo, spudorato coraggio di nutrirlo di una ricerca incessante e di un desiderio sempre vivo, non è ininfluente presso Dio: fossi in Lui, ne sarei commosso! O no?