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| Lunedì
18. Ieri, dopo aver suonato un battesimo in Albaro, ho
visto due film di una rassegna gratuita al cinema America di via
Colombo, trovando là Francy e Gabry: alle 19 Mein Name ist Bach,
sulla vita del grande compositore e dei suoi figli, e alle 21
(posticipato alle 21,50 per il ritardo dell'aereo con il quale la
regista francese arrivava dall'Argentina) Demi-Tarif, le
disavventure di tre bambini soli a Parigi: entrambi sottotitolati in
italiano. Dopo, Federico e Massimo in piazza delle Erbe.
A messa e battesimi sto suonando tanti diversi brani dalle Suite
Francesi e Inglesi di Bach, altri dal Clavicembalo ben temperato o
dalle Partite per clavicembalo. Sono molto belli, di non difficile
lettura, ne studio diversi ogni settimana e all'organo rendono bene.
Bisogna avere un tocco molto preciso, decidere con una certo gusto
gli staccati, i portati, i legati, alternandoli tra le mani,
ripetendo uguali moduli ritmici con uguali tocchi di dito. Il
perfetto contrappunto con cui sono creati fa sì che ci sia
un'alternanza variata di tocchi, una distribuzione fantasiosa, ricca
di sorprese, mai banale tra le varie voci, tra i registri, tra le
mani e i piedi... Di ogni nota è importante la fine (cioè la
durata) almeno quanto l'inizio (cioè il momento dell'attacco),
ognuna è calibrata a seconda dell'importanza ritmico-melodica della
nota seguente. Prima di un battere da accentuare particolarmente (e
perciò legato alla nota seguente), le ultime note precedenti (e
soprattutto l'ultima in assoluto) sono staccate, spesso
staccatissime. Così si riesce a dare accenti anche su strumenti che
non sono melodico-espressivi, come l'organo e il clavicembalo.
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| Mercoledì
20. Ieri non son andata alla Rassegna del Nuovo Cinema
Europeo, anche se c'erano ben tre recentissimi film in lingua
originale, perchè mi son emozionata davanti alla tv per l'elezione
di Joseph Ratzinger papa: Benedetto XVI, Mubarak in arabo, Baruk in
ebraico, nome di pace. Per la prima volta nella mia vita l'ho
sentito parlare: prima ne parlavano solo gli altri, e a dir la
verità ne ho sempre sentito parlar male, con astio, o come minimo
con sospetto. Invece mi son fatta una mia idea su di lui, dopo
averlo ascoltato a lungo in diverse interviste, omelie, discorsi
pubblici che prima non trasmettevano mai dal vivo, ma di cui sentivo
solo il sunto nel commento acido degli anticlericali di turno. E la
mia idea personalissima, basata solo su quel che sento direttamente
dalle sue labbra e da come lo vedo mentre parla, è: un uomo molto
colto, tranquillo, intelligente, dalle idee molto chiare e precise,
come un professore universitario d'altri tempi, aperto al dialogo,
dalla sensibilità squisita, affabile nei modi (mi piacciono le sue
mani, in particolare: come le muove - poi scopro che si diletta a
suonare il pianoforte!), attento nell'ascolto, sicuro nelle sue
affermazioni, ma anche ironico, sorridente, dolcissimo - infine
simpatico, se posso azzardare un giudizio a pelle sulla sua persona
- pur avendolo visto e sentito così poco. E sopra tutto, una grande
logica, una razionalità impeccabile, una visione profonda dei
problemi dell'anima. Cos'è l'unica cosa che rimane? Non i soldi,
non gli edifici, neanche i libri, perchè tutto ciò che è
materiale si disfa, basta solo aspettarne il tempo. L'anima, la
persona umana: dovremmo preoccuparci, soffrire, ma soprattutto
gioire eslusivamente per questo, per null'altro. Tutto il resto,
cioè il mondo materiale, dovremmo badarci il minimo, e solo in
funzione dell'anima, dei riflessi che ha sulla nostra anima (ed ecco
l'importanza della musica: toccando la materia, si tocca in realtà
l'anima - nel modo più essenziale e puro). Due tentazioni: una
teologica, il relativismo culturale (cioè non cercare il meglio
in campo spirituale, non voler veramente conoscere), l'altra
antropologica, ricrearci autonomamente, diversamente da come Dio ci
ha creato. Queste sono le maggiori tentazioni moderne. E devo dire
che l'analisi è perfetta, incredibilmente precisa e toccante. Solo
che bisogna aver l'inestimabile dono di un grande discernimento per
capire chi è Dio, qual'è il modo (e/o la religione) migliore per
trovarlo, cosa Dio vuole da noi, e come ci vuole, come ci vorrebbe,
cosa desidererebbe per noi... Per me, voglio dire. Come mi desidera
Dio? Dio è una persona che desidera? Credo di sì, ma questo
potrebbe valere solo per me, non intendo imporre il mio pensiero
agli altri, a chi so che pensa a Dio (o Spirito, Energia,
Forza) come impersonale, come un'entità quale la Natura,
un qualcosa di astratto (mitizzato) ma allo stesso tempo come
immanente nel mondo. Si sconfina nel panteismo o in vaghi teismi che
non mi parlano, che non mi dicono una sola parola in italiano... Ho
bisogno di comunicare, con Dio, penso che se veramente esiste ci
voglia sempre dire qualcosa, e comunque amare come una persona ne
ama un'altra, non dandoci una certa qual energia o forza
soprannaturale, ma in un dialogo amoroso che ci curi dal male e ci
guidi al bene e perciò alla gioia. Parlo al plurale quasi per
umiltà, perchè in realtà penso solo per me, e penso che non ho il
potere nè l'autorità nè alcun diritto di imporre il mio pensiero
agli altri. Scrivo questi pensieri solo per me e per chi
eventualmente ne sentisse una qualche eco dentro di sè, quasi
risvegliando il suo vero io... Un io, il mio, che a poco a poco
vorrei trovare, pur procedendo come nelle tenebre e in un pantano,
sembrandomi però di vedere una luce, lontano. L'unica cosa che
posso fare è andarci più vicino. Sarebbe perfettamente inutile,
infatti, continuare a star fermi, bloccati, in un teso immobilismo,
solo perchè non si sa ancora se è una vera luce, quanto è
distante, che effetto farà ad avvicinarsi, se è un abbaglio o se
è l'inizio della salvezza. Che importa? Intanto ci si muove verso
un qualcos'altro che non sia quello che attualmente ci circonda, e
che conosciamo fin troppo bene! |
| Domenica
24. Iniziato il corso per operatori del Telefono Amico.
Siamo una decina di allievi, due vengono a Genova (allo Star Hoetl
President, sala Doria - Ce.Li.Vo - Centro Ligure per il
Volontariato) addirittura da Ovada, per sei incontri, il mercoledì
sera. Costo, 10 €. Una persona l'ha già fatto l'anno scorso, ma
le è piaciuto così tanto che fa il bis. Bisogna andare ad almeno 5
incontri su 6, se no non viene rilasciato l'attestato di
partecipazione. Francesco, il relatore, laureato in filosofia, è
finora caduto solo su due etimologie, che tuttavia non mi son
passate inosservate, data la mia frequentazione notturna di
dizionari ed enciclopedie: "dispetto" e
"rispetto". Non essendo ufficialmente un'esperta, ho
glissato sull'opportunità di un mio eventuale intervento, anche
perchè avevo solo un'intuizione, un sano presentimento, da
verificare a casa con calma, prima di mettermi in mostra
sbandierando una cultura che non ho ma a cui attingo (la sapientia
mundi) come da un pozzo infinito. Eh, sì: non mi convinceva la
spiegazione: ris/petto, dis/petto (dare il petto o voltar le
spalle), troppo ingenua per essere vera, in effetti sembra una
mnemotecnia per ricordare sinonimi e contrari e quant'altro, come in
un minestrone (as/petto, cos/petto), mentre l'etimo deriva dal verbo
vedere, guardare (come anche speculare, specola, specie, spezie,
spia, specchio, speciale, e con una radice indoeuropea importante,
SPEK, osservare attentamente). Lo presentivo, perchè avevo letto
antichi italiani che parlano di "rispetto umano",
contrapponendolo a quello divino, autori religiosi che intendevano:
non pensare alla gente che ti sta guardando, ma anche autori più o
meno laici che usavano "rispetto" non in senso
moraleggiante, ma logistico-visivo. Be', la prossima volta glielo
farò presente. Ha un eloquio fin troppo fluente, per non inciampare
ogni tanto in cose simili. Io, invece, esito sempre, vado a tentoni,
scelgo le parole come afferrandole da venti lontani la cui eco mi
risuona fiabescamente nelle orecchie, cerco i suoni che possano
offrire il miglior corpo ai miei pensieri, mi piace la storia delle
parole, la loro geografia nel tempo, le inflessioni che prendono...
Si affonda nell'infinito, nel lontano indefinito... La velocità non
è il mio forte, insomma! Mi consolo con la profondità, la poesia -
la critica...
Scrive la mia amica NightWalker:
Nessuno dovrebbe avere un nome.
A nessuno dovrebbe essere dato un nome alla nascita. E neanche dopo.
I nostri nomi dovrebbero essere tanti quante sono le persone che ci
conoscono. Ognuna di queste persone dovrebbe poterci dare il nome
che preferisce, che corrisponde alla sua idea di noi. Ognuna di
queste persone sarebbe la sola a chiamarci con quel nome particolare
e ognuna di queste persone ci chiamerebbe in modo diverso. I nomi più
importanti sarebbero quelli che ci danno le persone che ci amano e
che noi amiamo.
Perchè noi non abbiamo bisogno di dare un nome a noi stessi. Noi
siamo.
Non c'è bisogno di un nome per essere.
Il nostro nome unico, quello vero, al di là di tutto, sarebbe il
suono che ci corrisponde nel pensiero di dio. Segreto, e sconosciuto
a tutti, noi stessi compresi.
Bello, quel suono che ci corrisponde nel
pensiero di Dio... Un suono segreto, divino come Chi lo pensa...
- Lo pronuncia anche, con una bocca simile alla nostra? Una lingua,
una gola? Un suono palatale, gutturale, dentale, liquido...? Quindi,
una loro combinazione, giustapposti nel tempo, come le nostre
parole? O un pensiero puro, mutuato nella sua sostanza dal
nostro mondo materiale, però tutto e solo interno alla mente di
Lui? - Mente? - Si fa per dire... - So che qui molti
tentennano. - Finché si usano poetiche metefore, va tutto bene, ma
la realtà è misterica, inconoscibile... - Allora perchè
continuiamo a parlarne? Solo perchè ci piace parlarne? O c'è
qualcosa che si può dire? Che si può pensare? Comunque, quella
segretezza, quella separazione (da cui la parola sacro),
quell'infinita lontananza, sono evocative, fanno sognare... Una
visione di Dio molto musulmana, così alto e puro - irraggiungibile!
Ma allora perchè ci avrebbe creato? Siamo dei trastulli contro la
Sua noia immortale? Un nobile passatempo... Ma allora perchè "a
Sua immagine e somiglianza"? Frase biblica, ebraica,
cristiana, persino coranica, in tutto musulmana... Se noi siamo a
Sua immagine e somiglianza, la natura umana non gli è aliena, ed
ecco il paradosso: perchè Lui ci comprende, ci vede, ci sente, e
noi, che pure ci ha creato simili a Lui, non Lo riusciremo mai a
comprendere, vedere, sentire - abbracciare? Potremmo mai parlarci
insieme? Insomma, delle due, l'una: o si espunta quella frasetta dai
sacri testi, oppure Dio è ad immagine e somiglianza dell'uomo (che
infatti è a Sua immagine e somiglianza). Oppure queste immagini e
somiglianze son solo a senso unico? Noi somigliamo a Dio, ma Dio non
somiglia a noi? Ma se due cose si assomigliano, vedere l'una è
quasi come vedere l'altra, o no? E se nel caso di Dio questo non
vale, allora è inutile parlarNe, tout court! Parliamo, pensiamo ad
altro, ma per favore non veniteci più a dire che siamo a Sua
immagine e somiglianza, però in un certo senso molto speciale...
Emendiamo, omettiamo, interpretiamo, o tiriamo invece le logiche
conseguenze? Comunque il testo della mia amica si presta ad un mio
altro pensiero: il nome è un'identità? Identità, una cosa uguale
a se stessa, identica: idem, da cui item, in inglese:
tema, soggetto su cui parlare. Il nome proprio, su cui ho
avuto molto da pensare, e che ha dato il titolo alla prima delle mie
poesie in home page, è un'identità personale - ma anche
sociale, al cospetto di qualcun altro, foss'anche il solo Dio.
Quindi ognuno ha una sua idea di noi, ognuno ha un suo modo di
chiamarci. Il nome proprio vorrebbe rendere quest'idea il più
coerente, il più unitaria, il più univoca possibile. Ce la fa? O
stiamo diventando così tanti, così profondamente diversi l'un
dall'altro, che questo immane compito deve esser gestito da diverse
identità, maschere, avatar, nomi propri, uno per uno, e nessuno per
tutti? Nomi propri, ma non più autonomi: eteronomi, anzi,
proprio nomi altrui... Nomi alieni, nomi a legioni, nomi di
demoni, come nel celebre passo di Vangelo sull'indemoniato?
Un'identità composita, frammentaria, variegata... E però anche
problematica, schizzoide, strana (perchè per buona parte estranea,
straniera). Un segno dei tempi, sicuramente: interetnico,
solidale, equo, relativistico (la Ratzingeriana dittatura del
relativismo si esprime anche così), paritario e paritetico...
La singola persona non ne sarà schiacciata, come da un peso sociale
troppo lordo da portare? |
| Giovedì
28. Ieri seconda puntata del corso per operatori del
telefono amico. Altri presenti: Nite, Alexandra, "Bella
Gioia", Alessandro, Diana, L. etc. Teoria ed alcuni esercizi
d'ascolto, base di ogni efficace comunicazione.
Letto l'ultima bloggata nottiluca della
NiteWalker (vedi Amici):
luci nelle tenebre, come un solitario faro, che segnala sé stesso
per esser meglio evitato: tu invece, perché ti si conosca meglio (o
per conoscerti appieno), al di là di certi oceanici silenzi pieni
di ascolto (sei già molto avanti, in quel corso: perché non le dai
tu le lezioni? Lezioni di vero ascolto, in cui saremmo noi allievi a
parlare!)... Ma come il bue muto (san Tommaso d'Aquino)
aspetti l'ora a te più congeniale, col suo più che ragionevole
distacco dai giorni, dal tempo, dallo spazio sociale (eppure nel suo
cuore intellettuale, il web), per spaziare tu stessa e infine
parlare... Dei tuoi interrogativi, delle domande che ti fai, delle
ipotesi che ti solleticano, della poesia che ti tocca - e che tocca
anche me:
la Poesia e la Bellezza si autenticano
da sole
l'anima percepisce la Verità
come i polpastrelli percepiscono gli oggetti
un campanello che l'intelletto suona per
risvegliare il cuore
Devo sottolineare che nel mio diario non
metto mai maiuscoli i nomi comuni? Solo i nomi propri, più Dio, che
pur non essendo un nome proprio fa eccezione... La verità o la vita
o la "via della vita" o la bellezza, la poesia, l'universo
- tutti minuscoli. Semplicemente, mi attengo a una regola
grammaticale imparata alle elementari, e - questa data per scontata
- procedo senza pensarci più. A quante cose dobbiamo non pensare
più, se vogliamo pensare a qualcos'altro, tramite quelle! O
altrimenti, come faremmo a pensare a qualcosa senza l'ausilio di
altre? Ciascuna è in relazione con tutto il resto. E son begli
esercizi intellettuali, questi pensieri in cui si dà qualcosa per
scontato, pur di pervenire a qualcos'altro di originale, di
poco banale (come se questo magico operare non fosse ossimorico,
paradossale, aporetico di per sè!)... Salire, tramite cose che
toccano sempre terra (indiarsi, alzarsi a Dio)... Ma ciò che
desideriamo (cioè, etimologicamente, le stelle siderali), è
fuori della nostra portata, ha bisogno di un salto in alto
(più che di un passo avanti,
come sembrano far alcune religioni venute dopo altre), di un azzardo
verso un piano superiore, che per sua stessa definizione non tocca
mai ciò che sta sotto... Ma siamo sicuri di riuscire noi che
siamo del pianterreno a spiccare questo volo che tanto bramiamo,
forse proprio per la sua incredibile audacia (o, più
realisticamente, per la sua palese impossibilità)? Ciò che non si
può avere è anche ciò che più si desidera. Il cristianesimo ha
risposto storicamente, pragmaticamente a questa brama: non è l'uomo
che può arrivare a Dio (altissimo inconoscibile segreto perfetto,
per sempre e totalmente sacro=separato da noi), ma Dio (che
può tutto - può anche non-esser-più-Dio) ha compiuto un
miracolo sbalorditivo: diventare uomo, immedesimarsi con il piano
inferiore, impastarsi nella polvere, pensare come un uomo, con un
cervello, sentire con il cuore di un uomo, ciò che un tempo
risuonava come discendere dal cielo... L'Islam per me
è difficile, duro: mi mette di fronte in continuazione il mio
limite di creatura e l'altissimo Dio è talmente irraggiungibile che
perderei la speranza: Lo bramo ma so già che non Lo potrò mai
conoscere, nè ora nè mai, in quanto sono su un altro piano, il
piano di sotto: richiede un'infinita sottomissione, cioè
Islam, accettazione incondizionata. Per me questa
sottomissione sarebbe veramente eroica: a cosa serve che io brighi,
faccia, studi, mi muova, aneli, desideri, persegua il bene, fugga il
male, cerchi Dio, se non ho nessuna speranza di raggiungerLo, di
gustarmeLo? Io una gioia solo umana, ricca solo dell'accettazione
del suo limite strutturale, non la voglio, la ripudio! L'unica
gioia che desidero veramente è vedere Dio, gustarLo, provarLo,
capirLo, parlarCi in qualche modo, avere un reale rapporto con Lui. Sapere
che c'è, ma sapere anche che sarà sempre, sempre e solo più in
là di dove posso arrivare io: questa è la più grande frustazione
che esista sulla terra!!! Una comunicazione a senso unico, la
Sua: ci dà dei consigli e degli avvertimenti per il nostro bene.
Ma il nostro vero bene, cioè Lui, non ce Lo darà mai, mai!
E noi solo a sospirare, ad elemosinare le nostre povere cose umane
qui sulla terra, e alla fine al massimo avremo un Paradiso adatto a
noi: piaceri materiali, e per il resto mettiamoci il cuore in pace.
Anzi, una pietra sopra. Suvvia: vedere Dio? Bestemmia! Eh, no!
Io non ci sto! Egli ci ha creati a Sua immagine e somiglianza per
permetterci di cominciare a conoscerLo conoscendoci tra noi,
intanto, qui sulla terra: Egli è una persona amorosa, pensante,
volente e desiderante almeno quanto noi, se non infinitamente di
più. Ma un infinito che grazie alla Sua genialità
ha Lui stesso disceso per venir incontro alla nostra finitezza e
farci gustare almeno una parte finita del Suo amore, della Sua
gioia, della Sua bellezza, che altrimenti ci rimarrebbe per sempre
inaccessibile, persa nel Suo inindovinabile supramondo... E
questo è quello che penso io: certo, sarò anche una figlia del mio
tempo, ma mi permetto di pescare liberamente tra tante sacre
scritture (tante e così mondiali da far girare la testa,
ultimamente!) e, come dice Gesù: Perchè non giudicate da voi
stessi ciò che è giusto? Già, perché non iniziamo a farlo?
Ma seriamente, però. Dar autorità a noi stessi, dice la mia
amica. Il pensiero profondo di ciascuno di noi, l'autonomo,
spudorato coraggio di nutrirlo di una ricerca incessante e di un
desiderio sempre vivo, non è ininfluente presso Dio: fossi in Lui,
ne sarei commosso! O no? |
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