Diario

febbraio 2003



 
 

Martedì 4.  E' da un po' che non scrivevo il mio diario virtuale e non aggiornavo più questo sito. Perché, chiedono a gran voce i compulsatori del web? Cosa sta succedendo? L'ultimazione, il perfezionamento, la messa a punto... Delle poesie, finalmente, anelate dai più con la tipica bava alla bocca degli impazienti cronici!? No, mi spiace per voi (ma non per i posteri che verranno dopo di voi e di noi), quelle saranno in cantiere ancora per un bel po': del trasloco, sì, di un banalissimo slittamento logistico, che per qualche sperduto, oscuro monaco tibetano vicino di casa del mitico yeti (o vuoi per antichi sufi da leggenda) poteva esser risolto in un battibaleno, semplicemente facendo levitare il materiale in questione da un punto dello spazio-tempo all'altro, secondo il consiglio evangelico: "Se avrete la fede grande come un chicco di senape, direte a questo monte: levati di lì e buttati in mare, e questo vi ubbidirà". Ma per me, ritrovandomi in un'innata, stupida, incoercibile predilezione per metodi di dubbia efficacia, ma sicuramente ben più stolidi e dispersivi (e che altri definirebbero empirici), è stata lunga portare come un mulo tutto ciò che mi possa servire. A chi? A che cosa? A me, a star al mondo in perfetta solitudine, ma senza mai sentirmi per ciò lontana dal mondo. Solitaria, ma non sola. Cosa mancava? Telefono fisso, installato! Pc con adsl (quanto prima addirittura fibra ottica superveloce), fatto! Libri e libreria, in corso di attuazione, ce ne vorrà perché sia tutta qui al completo... La maggior parte della roba l'ho portata (o la porterò) in spalla, con un robusto zainetto, dono di un mio grande ammiratore, andando in bici, così, a poco a poco, quasi senza colpo ferire (un altro zaino donatami, perso irreparabilmente avendolo posato per un parcheggio della bici e non avendolo più risollevato dal suo stato di prostrazione; un altro dono ancora, rotta la zip per averlo voluto zeppare oltre ad ogni ragionevole limite, in una spesa alla vicina Coop - i donatori son sempre diversi e non si conoscono tra di loro, N.d.A.). Potete capire la lentezza di Kundera? Essa indica altresì fortezza d'animo e di corpo ad un tempo, tenacia, solidità d'intenzione, fermezza di pensiero, tante minuscole decisioni, sia pure centellinate ma incrollabili nel tempo, e una rara testardaggine al limite del ridicolo, non senza il pepe di un malcelato orgoglio bambinesco.

Domenica 9.   Ultimamente ho letto meno, ho fatto anche meno cose; ho avuto altro per la testa: dovevo elaborare l'ultima poesia e con lei un cambiamento radicale nella mia immagine di me stessa, un diverso modello psico-sociale, un nuovo capitolo che si apre. Tutte le mie poesie sono distillato di vita e, come dice qualcuno, "ferite aperte che sanguinano": ovvio che quando cambio mi seguono come ombre il corpo che le proietta ("come a candelier candela"): cambiano anche loro.
Martedì 18. Ho cambiato la copertina del mio sito, l'home page. Basta con quel troniloquente "Benvenuti nel mio spazio!" Ora si apre con la piana esposizione del concetto di fama, quale un'immagine fastidiosa e incatenante di se stessi, a cui preferire senz'altro un superbo, pacifico anonimato. Il sito è pubblico, è pubblicità (non occulta), ma non è la fama che cerco. - E cos'altro, se no? - Il piacere di comunicarmi al mondo, di esserci, di stare in compagnia di lettori, di possibili amici, di persone che come me pensano a tante cose e le vorrebbero dire a tutti, o se non altro le vorrebbero almeno leggere. Grande arte, la lettura... Fare di sè un terreno fertile dove il seme altrui possa germogliare, possa mettere radici profonde e vivere in pace - essere in quieto ascolto, stare come attente sentinelle sul confine tra noi e il mondo, tra il sonno e la veglia, l'io e il non io, la vita e la morte...

Spero che la guerra non ci piombi addosso come un macigno. Ho amici islamici, marocchini, senegalesi, iraniani, sono persone pacifiche, si cerca solo di vivere, poi di vivere in pace, onestamente, senza far danni ma semmai subendone alcuni. Non ci meritiamo questa fine ignominosa, nel razzismo, nelle medievali guerre di religione, di bandiera. Non ci meritiamo di pensare male, di guardare storto, di non sopportarci, di sparlare gli uni degli "altri", "noi" di "voi". Oh come son brutti questi due pronomi, malignamente alleati in discorsi fumosi quanto odiosi, in tautologiche perorazioni sulla necessità ontologica della guerra. La guerra ci deve essere nel mondo, quindi ci sarà. Noi ... invece voi... allora noi...  quindi voi... e allora noi...!

E' questo il nostro retaggio religioso, etico, illuministico, democratico, interetnico, comunicativo,  utopico? La storia non ci ha insegnato nulla? Il dolore, il sangue, i morti per nulla o peggio per un'idea, il progresso che non porta automaticamente la felicità, la supponenza di essere sempre il massimo, nel giusto, e anche i più forti e i più indignati...

Abbandoniamo se necessario anche la nostra essenza ma rifiutiamoci di uccidere, di assassinare la speranza in un mondo vario e bello, dove tutti hanno uguale diritto di vedere il sole, Hitler compreso. Esiste la prigione, ma non la pena della morte (in Italia, ma anche ovunque non regni la barbarie al posto del diritto, IL DIRITTO ALLA VITA, l'unico inalienabile). La morte è una pena? E' una vendetta? No. Sia lasciata alla natura e ai medici. Dio disse a Caino: "Vai ramingo per la terra, ma guai a chi ti tocca!" Ecco perché c'é quel movimento chiamato "Nessuno tocchi Caino". Sì, nessuno deve uccidere chi ha ucciso, perché non ci si senta in dovere di farlo, perchè nessuno si senta un vendicatore divino, neppure la società nel suo più raccapricciante insieme ("Nel nome del popolo francese sei condannato alla pena di morte, da eseguirsi...", come ne "Lo straniero" di Albert Camus), perchè nessuno possieda in sè il principio del bene e del male per applicarlo con la forza sugli altri!