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Martedì 4. E' da un po' che non scrivevo il mio diario virtuale e
non aggiornavo più questo sito. Perché, chiedono a gran voce i compulsatori
del web? Cosa sta succedendo? L'ultimazione, il perfezionamento, la messa a
punto... Delle poesie, finalmente, anelate dai più con la tipica bava alla
bocca degli impazienti cronici!? No, mi spiace per voi (ma non per i posteri che
verranno dopo di voi e di noi), quelle saranno in cantiere ancora per un bel
po': del trasloco, sì, di un banalissimo slittamento logistico, che per qualche
sperduto, oscuro monaco tibetano vicino di casa del mitico yeti (o vuoi per
antichi sufi da leggenda) poteva esser risolto in un battibaleno, semplicemente
facendo levitare il materiale in questione da un punto dello spazio-tempo
all'altro, secondo il consiglio evangelico: "Se avrete la fede grande come
un chicco di senape, direte a questo monte: levati di lì e buttati in mare, e
questo vi ubbidirà". Ma per me, ritrovandomi in un'innata, stupida,
incoercibile predilezione per metodi di dubbia efficacia, ma sicuramente ben
più stolidi e dispersivi (e che altri definirebbero empirici), è stata lunga
portare come un mulo tutto ciò che mi possa servire. A chi? A che cosa? A me, a
star al mondo in perfetta
solitudine, ma senza mai sentirmi per ciò lontana dal mondo. Solitaria, ma non
sola. Cosa mancava? Telefono fisso, installato! Pc con adsl (quanto prima
addirittura fibra ottica superveloce), fatto! Libri e libreria, in corso di
attuazione, ce ne vorrà perché sia tutta qui al completo... La maggior parte
della roba l'ho portata (o la porterò) in spalla, con un robusto zainetto, dono
di un mio grande ammiratore, andando in bici, così, a poco a poco, quasi senza
colpo ferire (un altro zaino donatami, perso irreparabilmente avendolo posato
per un parcheggio della bici e non avendolo più risollevato dal suo stato di
prostrazione; un altro dono ancora, rotta la zip per averlo voluto zeppare oltre
ad ogni ragionevole limite, in una spesa alla vicina Coop - i donatori son
sempre diversi e non si conoscono tra di loro, N.d.A.). Potete capire la lentezza di Kundera? Essa indica altresì
fortezza d'animo e di corpo ad un tempo, tenacia, solidità d'intenzione,
fermezza di pensiero, tante minuscole decisioni, sia pure centellinate ma incrollabili nel
tempo, e una rara testardaggine al limite del ridicolo, non senza il pepe di un malcelato orgoglio bambinesco.
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Domenica 9. Ultimamente ho letto meno, ho fatto anche meno cose;
ho avuto altro per la testa: dovevo elaborare l'ultima poesia e con lei un
cambiamento radicale nella mia immagine di me stessa, un diverso modello
psico-sociale, un nuovo capitolo che si apre. Tutte le mie poesie sono
distillato di vita e, come dice qualcuno, "ferite aperte che
sanguinano": ovvio che quando cambio mi seguono come ombre il corpo che le
proietta ("come a candelier candela"): cambiano anche loro.
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Martedì 18. Ho cambiato la copertina del mio sito, l'home page. Basta con quel
troniloquente "Benvenuti nel mio spazio!" Ora si apre con la piana
esposizione del concetto di fama, quale un'immagine fastidiosa e incatenante di
se stessi, a cui preferire senz'altro un superbo, pacifico anonimato. Il sito è
pubblico, è pubblicità (non occulta), ma non è la fama che cerco. - E
cos'altro, se no? - Il piacere di comunicarmi al mondo, di esserci, di stare in
compagnia di lettori, di possibili amici, di persone che come me pensano a tante
cose e le vorrebbero dire a tutti, o se non altro le vorrebbero almeno leggere.
Grande arte, la lettura... Fare di sè un terreno fertile dove il seme altrui
possa germogliare, possa mettere radici profonde e vivere in pace - essere in
quieto ascolto, stare come attente sentinelle sul confine tra noi e il
mondo, tra il sonno e la veglia, l'io e il non io, la vita e la morte...
Spero che la guerra non ci piombi addosso come un macigno. Ho amici islamici,
marocchini, senegalesi, iraniani, sono persone pacifiche, si cerca solo di vivere, poi di
vivere in pace, onestamente, senza far danni ma semmai subendone alcuni. Non ci
meritiamo questa fine ignominosa, nel razzismo, nelle medievali guerre di
religione, di bandiera. Non ci meritiamo di pensare male, di guardare storto, di
non sopportarci, di sparlare gli uni degli "altri", "noi" di
"voi". Oh
come son brutti questi due pronomi, malignamente alleati in discorsi fumosi
quanto odiosi, in tautologiche perorazioni sulla necessità ontologica della
guerra. La guerra ci deve essere nel mondo, quindi ci sarà. Noi ... invece
voi... allora noi... quindi voi... e allora noi...!
E' questo il nostro retaggio religioso, etico, illuministico, democratico,
interetnico, comunicativo, utopico? La storia non ci ha insegnato nulla?
Il dolore, il sangue, i morti per nulla o peggio per un'idea, il progresso che
non porta automaticamente la felicità, la supponenza di essere sempre il
massimo, nel giusto, e anche i più forti e i più indignati...
Abbandoniamo se necessario anche la nostra essenza ma rifiutiamoci di
uccidere, di assassinare la speranza in un mondo vario e bello, dove tutti hanno
uguale diritto di vedere il sole, Hitler compreso. Esiste la prigione, ma non la
pena della morte (in Italia, ma anche ovunque non regni la barbarie al posto del
diritto, IL DIRITTO ALLA VITA, l'unico inalienabile). La morte è una pena? E' una vendetta? No. Sia lasciata alla
natura e ai medici. Dio disse a Caino: "Vai ramingo per la terra, ma guai a
chi ti tocca!" Ecco perché c'é quel movimento chiamato "Nessuno
tocchi Caino". Sì, nessuno deve uccidere chi ha ucciso, perché non ci si
senta in dovere di farlo, perchè nessuno si senta un vendicatore divino,
neppure la società nel suo più raccapricciante insieme ("Nel nome del
popolo francese sei condannato alla pena di morte, da eseguirsi...", come
ne "Lo straniero" di Albert Camus), perchè nessuno possieda in sè il
principio del bene e del male per applicarlo con la forza sugli altri!
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