Diario

luglio 2002



 
 
Mercoledì 3.   Ieri son andata con Paolo Oreni a San Fruttuoso di Camogli e Portofino con un battello che partiva dall'Acquario del Porto Antico di Genova. Era piccolo e saltava come un pony imbizzarrito, e noi avevamo appena mangiato di strangolioni un kebab e un falafel presi ad asporto da un ristorantino turco di sottoripa. Abbiamo conosciuto don Gianni Cogorno, parroco di Portofino e di altre parrocchie vicino a Santa Margherita, uomo affabile, simpatico e disponibile, esperto di arte, storia della chiesa e letteratura, nonché di specialità eno-gastronomiche. Con persone simili, serie e concrete, si riesce sempre ad organizzare un sacco di concerti e piacevoli serate all'insegna della buona cucina. Sembrerebbe che non ci voglia molto, ma allora perché son così rari questi incontri? Gli appuntamenti subito nati dall'entusiasmo di ieri son già due: Nozarego al monte di Portofino (paese con vista mozzafiato, tranquillo e isolato, con un antico organo appena restaurato) il 16 luglio alle 18; Portofino il 14 agosto alle 21,30, nelle due parrocchie, abbinando i due récital alle maggiori feste annuali di queste due località. Visto? Ma gli altri, quelli che non si fidano, quelli che diplomaticamente dicono di no e mettono tutti i bastoni che hanno fra le ruote, e a volte neanche in modo gentile... In tre anni siamo stati sbattuti fuori da tante canoniche, spesso dopo attese di ore sotto il sole (e potrei fare tanti esempi, ma non mi piacerebbe insistere su episodi così poco edificanti)... E' ora che le chiese si aprano alla musica d'organo! E poi non venitemi a dire che gli organi vanno in malora! Se non vengono suonati, si deposita la polvere nelle canne e a lungo andare queste non suonano più - e giù centinaia di milioni per restauri (a volte semplici ripuliture) che con un po' di ordinaria manutenzione si sarebbero potuti benissimo evitare, o comunque posticipare...
Giovedì 4.   Vorrei puntualizzare bene ciò che ho affermato ieri: gli organi, come tutti gli strumenti ad arco, e al contrario dei pianoforti (che hanno martelletti percussivi), si rovinano se non vengono suonati. Bisognerebbe almeno una volta alla settimana suonare tutti i tasti e tutti i pedali, uno ad uno (cromaticamente, se si vuole) per esser sicuri di non dimenticarne neanche uno, con il Tutti (o il Ripieno, o l'Unione tastiere e pedali) inserito. Si ha così la certezza matematica che tutte le canne dell'organo siano state suonate, cioè che la polvere ivi depositata in una settimana sia stata tutta rimossa, garantendo così un minimo mantenimento della funzionalità. Chiunque sapesse altri trucchi per la conservazione degli organi e delle canne è pregato di mettersi in contatto con me (cell. 347.0421032 e-mail rosalago@yahoo.it) e dirmeli: gliene sarò grata, li pubblicherò qui, li consiglierò agli organisti e ai parroci che conosco e li applicherò a tutti gli organi che suono.
Venerdì 5.   Ora mi stampo tutte le poesie che negli anni ho scritto a mano, poi a macchina, poi ho travasato qui sul pc. Quest'estate le vorrei sistemare in vista di una pubblicazione. In realtà son anni che dico a me stessa, e, più raramente, a qualcun altro, che presto o tardi le risistemo per sempre: già, questo per sempre è il minimo che si possa fare con delle poesie, ma troppo duro per una dolce di cuore come me, indecisa e titubante ad ogni pie' sospinto per ogni virgola o parentesi, per la posizione e il suono e l'accostamento e il film e la storia che le parole contengono, suggeriscono, impongono... Scegliere - saper trovare, volere, decidere - quanto c'è di più bello da ricercare, quale spiegamento di libertà, quale esercizio del gusto, quanto scavo nel profondo e quale scoperta delle ricchezze del mondo... Penso che non mi fermerò mai in questo tentare un sentiero più naturale, che non si vede ancora ma che c'è già, tra quel che sono e quel che sarò; bisogna saltare, a volte, gettare dei ponti, o seguitare un filo logico che si deve per forza essere i primi a scoprire, un filo rosso, un filo d'Arianna per chi desidera camminare - andare in avanti, slanciarsi nel nulla con la calma sicura dei sognatori di terre lontane, di questi eterni dispersi nell'altrove...

Oggi potrei partir per i monti, finalmente, ma devo sentirne l'ispirazione, devo desiderarlo con una certa forza, sì, bisogna proprio che mi decida a tagliare per un po' con questa stregante metropoli per potermene staccare a cuor leggero - oh come sono affezionata ad entrambe, potessi portarmele sempre con me, queste due, baite e città, marine e montagne!

Son molto contenta perché quest'estate sono entrate in conservatorio tre bambine che conosco molto bene: Elena Brovero e Mira Dimitrov, allieve del violinista Mitko Dimitrov, orchestrale del Carlo Felice, e Irene Versaggi. Per anni abbiamo suonato assieme in tanti concerti gratuiti da me organizzati presso tre case di riposo di Genova Albaro, avendo avuto anche l'onore di accompagnare al pianoforte il trionfo di Mira al concorso internazionale di Arenzano.

Sabato 20.   Giorni di montagna, di viaggi in treno, in macchina, in pullman, in autobus, in mountain bike, in bici da corsa, a piedi... Ma sul viaggiare ha sempre prevalso la dimensione verticale, su e giù di quota, come sui viaggi materiali l'ha sempre avuta vinta quella mia annosa inclinazione alla magnifica stasi contemplativa di chi sa oziare pacificamente con un libro per gentile compagno...

Sabato 6 ho suonato nel festival "Celtica" con Stefania Salomone e Felice De Robertis. Avevamo quattro tamburi gembè molto risuonanti e abbiam suonato dalle quattro del pomeriggio alle tre di notte, quasi ininterrottamente: ho preso il più grosso, munito di cinghia per la spalla, peregrinando alla ricerca di un posto dove suonarlo indisturbata, rincorrendo i vari gruppi che suonavano sparsi nel grande bosco notturno, seduti presso l'alone di fuoco di tanti falò.

Anche giovedì 18 ho portato giù dalla val d'Aosta lo gembè più piccolo e l'ho suonato al festival "Latino americano" di Genova. Che viaggio! Sei ore, dalle due dei duemila metri alle otto e un quarto di Genova Brignole, e non è finita lì: carica come un muletto di libri tamburo vesti pomodorini a grappolo e spartiti, mi son sorbita quasi tutta via XX Settembre e via san Lorenzo a piedi fin all'Expò, ove avrei dovuto rivedere, dopo secoli di lontananza coatta e appuntamenti odiosamente dovuti slittare, una mia grande amica, la Laura Cardinali - e invece sbaglio il luogo del concerto e via di corsa dall'altra parte della città, alla Fiera del mare di corso Italia, sperando di non accumulare un ritardo anche questa volta disastroso ai nostri delfici piani di ricongiungimento, nel frattempo chi ti incontro, per ben due volte, mentre, carica ma non doma, quasi novella Sisifa che porta il suo macigno come un destino, andavo e tornavo per gli stessi luoghi? La cara Giadina tutta presa da gravi decisioni incombenti, e giù ad ascoltare incoraggiare ridere consigliare salutare, e finalmente son sul bus giusto per la Foce e il miracolo tanto atteso e voluto si compie: ecco a me venir per mare un gruppuscolo non indifferente d'amici: Laura con una sua amica, e, con un ragionevole distacco temporale (sì, dimenticavo che c'è stato anche quello, nel frattempo, accompagnato dalla ventura di un forzoso acquisto d'ombrello, con relativo miglioramento del colpo d'occhio nella direzione dell'albero di Natale), gli altri: Felice e Stefania (già inseparabili percussionisti delle alte quote) con Gianni e Francesco. Insomma una gran bella rimpatriata! Senza contare che oggi dovrei riuscire a vedere un'altra mia grandissima amica del cuore: Fabiola Sciutto, ci vedremo? Ma cosa sono le nostre telefonate! Una quintessenza di intelligentate una dietro l'altra! Oh, quelle nostre interminabili conversazioni virtuali da non meno di due ore l'una - che gioia infinita viverle, e a centinaia di chilometri di distanza! Un adagio firmato Faby e detto proprio senza pensarci, a bruciapelo: "Si ricorda ciò che si teme di dimenticare perché non si può più avere." E penso proprio che sia la cosa più cretina (in un fuoco d'artificio di genialità) che mi abbia detto in quella mitica ultima telefonata che mi ha fatto per stanarmi dal mio eremitaggio volontario: grande pensatrice, la Fabiola.

Sto rivedendo, oltre ai miei amici più cari, anche le mie poesie, le sto limando con un lento e meditativo lavorio, di cui non intravedo la fine e nemmeno il fine: sì, c'è lo scopo dichiarato della pubblicazione, ma quando mi deciderò a delimitare nel tempo la perfettibilità di questa mia opera in fieri?

Lunedì 22.   Ieri gran cena di matrimonio all'aperto alla splendida villa Durazzo sulle alture di Zoagli, al tavolo in allegra, bellissima compagnia: Sherlock Holmes e Watson cioè Adriano Lunardi e Pippo Melluso, lo psichiatra Diego Spirito e sua moglie. Appena abbiam attaccato il superbo risottino iniziale (a cui abbiam potuto far l'onore d'un bis), ecco un misterioso, lungo rintuonare a cielo quasi sereno. Si vociferava, spensierati, dei prossimi fuochi d'artificio. E' stata una lotta alle gocce, con grandi ombrelloni posti estemporaneamente dai solerti valletti, per parare alla meglio i radi piovaschi, poi è stata la volta dell'acquazzone finale, breve ma perentorio nel suo intimare il rientro in villa. Adriano, un vero amico, non ha perso una sola occasione per risvegliare gli spiriti degli increduli o dei materialisti: è un grande animatore di gruppi di preghiera e musica del rinnovamento nello Spirito Santo, e un filantropo senza macchia. E' inoltre un appassionato del creato, conosce e ama gli animali, i fiori, le piante, i frutti, è un ricercatore di rose profumate in val d'Aosta e di tulipani in Olanda e il suo giardino non è lontano dalla fioritura perpetua tutto l'anno. Bomboniera finale: confetti con gioiello, un fiore soffione ricoperto d'argento, con effetti speciali.
Giovedì 25. Tra poco una bella tornata di scacchi dalla mia amica Laura. Non sto nella pelle. E' un onore per me conoscerla, una personcina per niente snob, graziosamente alla mano, eppure alla mia età già così importante... Ma dico subito che con lei, particolarmente, ogni invidia è impossibile, se per il mio abito mentale non fossero già fuori luogo tutte le invidie di questo mondo... Inutile, c'è qualcosa che mi fa un piacere indiscutibile: essere me stessa con tutti i miei difetti, ma non saprei dir perché, forse il fatto che suono, che scrivo poesie, come stanotte, che faccio tanto sport, che ho l'agio di leggere quanto voglio (e scusate se è poco) etc.  ma direi che anzi anche queste attività (che per molti versi considero principalmente esteriori), come tutte le altre possibili immaginabili siano solo degli effetti, non la causa della mia contentezza, forse son troppo calata nel mio destino, nel  personaggio, nella mia interiorità - nulla mi può scalfire... Anche le cose più terrificanti, che pure mi sono occorse in abbondanza, non han niente a che fare con la mia felicità. Son fatta così, ed è già tanto se a poco a poco riesco a scoprirmi ai miei stessi occhi con l'arma della mia poesia, che scava nel profondo più di qualsiasi analisi o psicoterapia. Il coraggio viene scoprendosi un po' per volta.
Venerdì 26.   Sciopero dei treni che mi impedisce di raggiungere oggi stesso le vette. Niente male, parto domani. Solo che devo far un trasporto proibitivo: portar su la pesantissima tastiera Roland, una cassa ed altra roba in autobus, due treni e due pullman. Stasera belle cose da fare: porto da Laura anche il primo tempo di Padre Pio di Castellitto e gli scacchi per la pausa estiva, visita alla casa - magazzino - laboratorio del mio amico grossista e distributore Stefano Bruzzese (vedi O.S.I. computers) poi preghiera e riflessioni da Lunardi nello studio "Lunardi & Dupont" come (quasi) tutti i venerdì sera, cena con amici etc.
Domenica 28.   Ho ascoltato uno sconcertante documentario su Rai tre sui minatori dell'isola di Giava: uno,  fisicamente molto forte, per guadagnare di più per la sua famiglia si alza all'alba nel suo villaggio di capanne e percorre 20 km a piedi, con 1700 m di dislivello di salita per arrivare in cima al vulcano, ove, stando ben attento a non respirare le esalazioni mefitiche che gli bruciano i polmoni, sceglie dei pietroni di zolfo che si carica su due gerle a bilanciere sulle spalle, protette, come i piedi, da spessi cenci. Con un peso che supera i 100 kg (mentre gli altri non riescono a superare i 70, per lo più), raggiunge la pesa dove viene fuso lo zolfo, poi si carica ancora lo zolfo raffinato in direzione della fabbrica. Lì lo pagano in proporzione ai chili, e cioè circa 100 lire al chilo, cioè 5 centesimi di euro. Guadagna circa 5 euro in dodici ore di fatica, chi non è forte come lui non ne guadagna più di 3 oppure 4. Senza strada, senza ruote né carro né carriola, senza asini, per sentieri dirupati e senza vere scarpe da montagna. Se si fa male guai, e quando avrà respirato troppo zolfo nel cratere del vulcano, il fiato si farà più breve, il carico minore, il guadagno sempre più misero. E nonostante tutto ciò, era sorridente e fiero delle sue indubbie capacità, del suo fisico magro e possente, della sua famigliola felice. Qui in Europa abbiamo ancora i trasportatori di pianoforti e di casseforti, il mestiere più duro che più si accosta a quello dei giavanesi. Poi ci sono i trasportatori di mobili per i traslochi, i camalli (genovese, da cammelli), cioè gli scaricatori dei porti, inoltre tutti quegli ambulanti che trasportano a spalla il loro fardello di merci. Ma almeno qui i chilometri son meno, le strade sono asfaltate, ci sono gli ombrelli, gli ospedali e vere scarpe ai piedi, il guadagno poi è proporzionale al tenore di vita occidentale: con 5 euro al giorno si riuscirebbe si e no a mangiare, non a dormire in una casa - scommetto che qualsiasi mendicante, senza fare nessuna fatica, raccoglie più spiccioli di quel giavanese.
Lunedì 29.   Anche se c'é una grande afa con circa trenta gradi, sono ancora a Genova. Perché? Perché mi son comprata d'occasione (proprio un gradevole imprevisto) tre programmi per computer, svenduti da un negozio nelle ultime ore prima della chiusura d'esercizio per fallimento, cosa che capita spesso in questa città: c'é un gran ricambio delle gestioni e dei tipi di negozio. Sono letteralmente assorbita da uno di questi programmi: 12 All-Time Favorite Board Games della Microsoft: 12 giochi da tavolo, i classici di ogni epoca e paese: scacchi (ma è migliore il programma "Chessmaster 6000" con cui gioco abitualmente), dama, backgammon, scacchi cinesi (quelli protagonisti de "Il re degli scacchi" di Acheng), dama cinese, go (il gioco cinese de "Il giocatore di go" di Yasunari Kawabata), reversi, domino, taipei, gomoku, shogi e 4-in-una-linea. Fantastici! Posso giocare per delle ore, per due giorni come ho fatto questo sabato e domenica, senza fermarmi se non per mangiare e dormire... Finalmente una grande varietà di giochi da fare anche in solitaria contro il mio fortissimo, quasi imbattibile computer, e tra questi anche due giochi di cui avevo letto in due bellissimi romanzi che non potevo capire appieno vista la mia completa ignoranza delle regole. Ora, quei due libri rappresentano tantissimo per me: non potevo proprio sopportare di leggere oscuri accenni su qualcosa di sconosciuto, è questione di cultura generale: secondo me bisogna saperci giocare, e anche piuttosto bene, con intimo piacere personale, per godere della letteratura in quanto tale. Allo stesso modo non ci si può nascondere dietro a presunte specializzazioni professionali: in ogni cosa, ovunque l'ignoranza va riconosciuta, se non altro per onestà verso se stessi, come dovere di probità intellettuale: le lacune vanno colmate, nei limiti del possibile, se si vuol apprezzare appieno la nostra cultura che ormai non è più solo "occidentale", ora è mondiale, glocale (globale e locale), interetnica, postmoderna, cyberpunk, metropolitana, massmediatica, omnicomprensiva, e chi più ne ha più ne metta...