Diario

maggio 2002



 
 
Mercoledì 1.   Questo diario è per me interessante perché per la prima volta è possibile leggerlo in tutto il mondo in rete, quindi è l'esatto contrario di un diario segreto e personale, chiuso a chiave nel cassetto. Non lo posso perdere, ma mi raccomando: non sbirciatelo in mia assenza o senza la mia esplicita autorizzazione! Grazie.
Venerdì 3.   Certo che la continua, immediata pubblicazione di questo diario mi soggioga ad un subliminale automatismo di censura, per cui non posso scrivere proprio TUTTO! E forse rimane sempre più importante ciò che non avrei mai il coraggio di pubblicare... Quando avrò chiarito a me stessa il mezzo, sarà più chiaro anche il fine; e quando, attraverso questi umili esercizi di digitazione, avrò inchiodato il mio scopo al PC, il mezzo sarà sia ininfluente e superato, sia perfettamente conosciuto e sfruttato.
Domenica 5.   Sogno di far suonare un intero stadio di persone - li vedo ballare, cantare, battere mani e piedi - munite dei loro strumenti musicali preferiti, in maggioranza percussioni e fiati, con cui alzare al cielo la più folta, grandiosa, elettrizzante musica autoprodotta mai ascoltata, anzi mai suonata prima di quell'estatico, infinito momento, dalla cui esperienza irrimediabilmente sacra, iniziatica, liberante si uscirà solo per  forza di esaustione!
 Lunedì 6.   Son riuscita ad organizzare un altro concerto nella casa di riposo S. Giovanni Battista, in cui suonare e far suonare una dozzina di bambini e di miei amici! E' sempre un successo andare a suonare lì, una cosa che non baratterei con nessun'altra al mondo! Sollevare lo spirito di quelle vecchiette con la naturale allegria e sensibilità di bambini e musicisti in erba è per me una delle soddisfazioni più grandi che riesca ad immaginare.
Martedì 7.   Stasera, se non piove a dirotto, vado a Mentelocale café a veder un poeta tedesco della nuova generazione. Anch'io pubblicherò le mie poesie, ma ho la bella pretesa di non  pagarmi io la pubblicazione, con la ovvia conseguenza di una distribuzione insufficiente nelle librerie. O riesco a trovare un vero editore di poesia, che io possa apprezzare e nella cui collana (senza ribrezzo per gli altri autori ivi pubblicati e ben distribuita) possa sognare di essere inserita, o niente! Ma per prima cosa devo limare le mie poesie fino ad un limite di bellezza, profondità, verità che vedo ancora lontano, se pur in lento avvicinamento...
Mercoledì 8.   Apro la finestra, piove, oh, sì, a mezzanotte ancora sotto la pioggia, in bici, si va, soli, più soli del sole!

Anche Leopardi aveva il suo zibaldone di pensieri, Pascal i suoi pensieri, senz'altro, i miei amatissimi Emile Michel Cioran e Simone Weil i loro pacchi di quaderni - mi ci son messa anch'io con questo sgangherato diario postmoderno, pubblicato in diretta, in anteprima su qualunque editore (che dovrebbe poi sopportare il fatto che i diritti su questo sito non sono affatto gestibili)!

Oggi ho giocato a passaparola.com qui sul web e ho risposto correttamente a 19 quiz su 21. E' il mio miglior risultato da quando ci gioco, cioè dall'altro ieri (prima non conoscevo questa possibilità). Naturalmente, non ho usato il sapere di dizionari o il consiglio di altre persone: è tutta farina del mio sacco. Ciononostante, riconosco che è uno sterile passatempo, soprattutto per come è organizzato sul web: se uno gioca più di una partita consecutivamente, le domande si ripetono per almeno più della metà, e allora che gusto c'è? Invece su canale 5 non si ripetono mai, a quanto ne so; inoltre, si può scrivere tutto minuscolo e va bene lo stesso, anche per i nomi propri che iniziano con la maiuscola: si fa prima a digitarli sulla tastiera, ma non è corretto, o no? Cosa dicono i due inappellabili giudici della regia, alle spalle di Jerry Scotti? In ogni caso penso che voi siate d'accordo con me: diciamogliele quattro - cordialmente!

Ieri ascoltati al palazzo ducale lo scrittore Durs Grunbein e Chiara Alberti al violoncello per alcuni stacchi musicali tra le poesie, recitate dall'autore in tedesco e poi opportunamente tradotte in italiano.

E ora pronti per una delle mie sbandierate! Non mi tingerò mai i capelli ("mai dire mai", e tuttavia...); se anche tutti gli uomini prendessero a tingerseli per sembrar più giovani e belli a una certa categoria di donne, e lo stesso tutte le donne facessero altrettanto per la controparte, ancora non vedrei perché io debba imitarli pedissequamente. Oltre alla spesa, alla perdita di tempo e di energie per andare da un parrucchiere, sembra che faccia male ai capelli, oltre a rappresentare un ignobile trucco poco adatto allo spirito libero e nature che da sempre ha improntato la mia vita pratica. Mi ricordo che ho notato il primo già a diciott'anni, per niente sconcertata dalla scoperta, che forse non è da attribuire neanche a me. Insomma, in fondo ce n'avrò una decina o più, non so, di bianchi, che se ne ho voglia ogni tanto taglio uno ad uno alla radice, per aiutarmi a superare inizialmente l'impatto psicologico di questa troppo esibitoria maturità incipiente; poi, quando saranno troppi e mi sarò stufata, oltre che abituata all'idea, la smetterò con questi ridicoli mezzucci! Non capisco proprio perché mi dovrei abbassare a cercare di snaturare la realtà del mio corpo, per esempio depilandomi o truccandomi il viso o andando con troppa artificiosa compiacenza dal parrucchiere: un sacco di inutili torture di cui preferisco farmi grazia a pie' pari. Sì, conosco quel proverbio che recita: "Chi vuol piacere deve soffrire" (mi sembra), ma gli preferisco decisamente il mio contromotto: "Chi non vuole soffrire non si deve esibire"! L'occhio altrui è un autentico tiranno a cui non mi piace sottomettermi, è la forma più moderna di quel che rimane nelle democrazie dell'antica censura, un subdolo dittatore che trova ormai sempre meno libertari che sappiano sottrarsi al suo impero, l'impero dell'apparenza, della superficie, dello smalto sul nulla - o meglio della falsità, cosa che odio e combatto con tutte le mie forze da quando son nata. E' stato anche chiamato il "mondo", per antonomasia, o l'impero del principe di questo mondo, cioè il male stesso. Non voglio certo demonizzare l'occhio in quanto tale, ma semplicemente pongo sotto i crudeli riflettori della mia mente certi effetti derivati dalla progressiva perdita degli altri controlli o feed-back interattivi (sociali, etici, intellettivi, persino estetici), fino a che sembra rimanere, sulla scena del delitto, unico superstite di questo scorcio di secondo millennio da crepuscolo degli dei, solo quello visivo, mutuato sicuramente dall'ultima abiezione psicofisica cui l'obnubilata umanità si assoggetta, esponendosi a ore quotidiane di irraggiamento televisivo. Ecco allora che l'augenmann, il fenomenologo, citato da Grunbein e i cui prototipi sono secondo lui da considerarsi Goethe e Darwin, rappresenta per me la forma normale dell'umanità dopo l'avvento del cinema e della TV, se proprio non si vuole mettere in causa anche il più antico e blasonato teatro, che insieme alla pittura e alla scultura spadroneggiano dalla Grecia antica in avanti (anzi direi dalle grotte di Lescaux) sulle povere psichi di coloro che non riescono a staccare la spina dal ruolo di spettatore passivo. Ormai ho capito che non posso più desiderare innocentemente di ritrovarmi beata come non mai in questo trito ruolino di coda chiamato "spettatore": mi ripugna sempre più perché ho capito che lo spettacolo (agito, subito, venduto, comprato - mezzo per vender pubblicità e far comprare prodotti) non è più solo un momento artistico-ricreativo della vita quotidiana di miliardi di persone, ma sta diventando con rapidità ed efficacia inimmaginabili uno stile di vita comunitario e omnicomprensivo che imbeve di sé ogni momento di ogni uomo, sia che ne sia consapevole e attore, sia che ne sia ignaro, e quindi sprovveduto, come uno straniero o come un eterno esiliato, rispetto a questa nuova realtà imperante che ormai è lecito anzi inevitabile dover chiamare virtuale. Penso che ora il vero spettacolo sia ognuno di noi nella sua esclusiva (e ancora per un poco sopravvissuta) diversità rispetto agli altri: inutile mettersi ancora a guardare "grandi" uomini, "grandi" personaggi, "grandi" personalità, siano attori, politici, artisti, religiosi, scienziati e chi più ne ha più ne metta: ciascuno sia spettacolo solo a se stesso, ognuno sia il maestro e il discepolo di se stesso, dia gioia e consolazione solo a se stesso, e non solo economicamente (attraverso la mercede corrispondente all'opera) ma in tutto. Perché? Perché SIAMO DEI e gli dei non dipendono dal parere o dall'occhio o dall'amore o dall'approvazione di nessuno, fuorché da loro stessi, uno per uno. Ognuno di noi si dovrebbe vergognare di fronte a se stesso  di dover ricorrere ad un altro come un bisognoso, un mendicante d'amore o di tutto ciò che è il suo surrogato, o viceversa di offrire qualcosa di sé (ore di lavoro, capacità, intelligenza, corpo) di cui ci si possa sbarazzare a cuor leggero, come niente fosse. Noi abbiamo un'unica prerogativa che ci vale interamente: L'ANIMA - eppure è così bello obliarla nella sua cripta segreta, quasi sia un tesoro nascosto di cui non conviene mostrare in giro la mappa - l'unica cosa che, essendo inalienabile, è perciò degna di DEI. Tutto ciò che dall'anima si diparte, però - e più prezioso quanto più contiguo ad essa - è normale oggetto di  compravendita; ma ci si può scambiare di tutto, tranne l'ineffabile nulla che quel cornucopico tutto dovrebbe (tramite abili opere illusionistiche - psicologia del profondo, pubblicità, marketing) artatamente simboleggiare per competergli la persa gente, i dannati della modernità, coloro che guardano e mai non sono.

Giovedì 9.   Giovedì 6 giugno dalle ore 15 fino alle 17 altro concerto in altra casa di riposo: Opera Pia "Causa". Chi vuole suonare... E' tutto gratuito, naturalmente. I soldi in queste cose non servono a niente, anzi, rovinano tutto il buono. Né pagare né essere pagati! Solo suonare per il piacere di suonare e di ascoltare.

Stasera, per la prima volta, invitata da un amico, vado a cantare nel coro della chiesa di Santa Rita, alla Consolazione, in via XX settembre. Mancano coristi e coriste. Se qualcuno vuole venire, si canta in chiesa tutti i giovedì sera dalle 21 in poi. Si canta a quattro voci reali, direttore ed organista Pier Mario Grosso. E' in preparazione per maggio la festa di Santa Rita, la patrona della chiesa.

Venerdì 10.   Dlin dlon! PUBBLICITA'! Si cercano coristi e coriste disponibili a provare i giovedì sera dalle ore 21 alle 22,30 nella chiesa della Consolazione in via XX Settembre, per preparare la festa della patrona Santa Rita da Cascia, che sarà mercoledì 22 maggio ore 18.
Sabato 11.   Conosco da anni un candidato maestro di scacchi (più di 2100 ELO) e ottimo percussionista: Edgar Velvet Romano, che per anni ha studiato dalle otto alle tredici ore al giorno gli scacchi, chino sui libri. E' la raffigurazione più fedele che mi possa immaginare della parola libertà: libertà d'azione, di pensiero, di fantasia, di creatività, libertà di osare oltre i propri limiti, libertà di conoscere e di sapere, di fare e di sognare. Un muratore e falegname specializzato e letteralmente instancabile, uno che non sa stare fermo con le mani in mano, una forza della natura, prometeo scatenato! Sì, finalmente un afflato di aria pura per i vicoli di questa città.

Si dirà: ma questo diario nasce dal nulla, il 12 aprile del 2002? E prima non ha mai tenuto qualcosa di simile, 'sta qua? A dir la verità ben prima che il web entrasse come un ladro nella mia quieta esistenza, tenevo quaderni di diari che solo una persona al mondo (il caro Ezio Cazzulo), e non a caso un grande lettore, è riuscito a leggere nella loro strabordante totalità. Quanti sono questi quaderni, quante pagine conterranno della mia mente? Non li ho ancora censiti, sono i miei abitanti e io Kubilai Khan, l'imperatore del Catai!

So benissimo che qualcuno può considerare questo diario un'accozzaglia di robacce senza senso né scopo, scritte di getto da una pazzoide con manie di grandezza. Non farò nulla per tentare di cambiare questa rispettabilissima idea che costoro si fanno su di me attraverso il materiale che do loro in pasto su questo sito; anzi, probabilmente, più io andrò avanti, più loro  leggeranno, e più se ne convinceranno irrimediabilmente. Ebbene, tutto ciò non mi interessa. Ho un mare di cose da dire e le dirò a cascata, senza ritegno né falsi pudori, equanimemente ben lontana sia dalla menzogna sia da ogni genere di vieto perbenismo. E poi, ho un'intima certezza che da sempre dà sapore alla mia vita: qualsiasi cosa io faccia o dica, tutte le mie azioni e tutte le mie parole sono cose MATERIALI, un riflesso pallido e lontano di quella scintilla divina che è in me - ma anche in tutti gli altri, chiaramente - e che, essendo ineffabile e incomunicabile, nessuno, neppure io stessa potrò mai conoscere nel profondo. Ognuno di noi è un mistero insondabile; nonostante tutto ciò che si fa e si potrebbe ancora fare per svelarlo, rimarrà sempre inconoscibile persino a sé stesso. E allora neanche mille diari segreti, neanche mille liste della spesa, elenchi di libri letti e concerti suonati e esami sostenuti  potranno farmi indietreggiare verso la nuda verità che io devo a me stessa, e cioè il semplice fatto che, pur portando il peso di tutto ciò, io son sempre la stessa, tale e quale non le avessi mai fatte o avute o subite. Si nasce e si muore tutti uguali; ci diamo tanto da fare per migliorare ciò che sta tra questi due estremi secondo le nostre corte vedute e il nostro animalesco egoismo, o persino secondo virtù e valore, ma cosa sono anche cent'anni di vita di fronte all'eternità di quel "dopo la morte"? O di fronte anche al mistero psicologico di quando il nostro beneamato IO non esisteva ancora, prima della nostra nascita? E così spesso ci diamo da fare per raggranellare qualche cosa nel nostro misero  pugnetto che è destinato a diventare terra prima di accorgercene. Cosa rimane dopo la morte di ognuno di noi? Sì, la vita dei posteri, dei figli e/o allievi e/o lettori e/o ascoltatori e/o opere materiali e/o spirituali che abbiam portato avanti mentre eravamo ancora in vita. Ma vorrei sapere cosa rimane dell'IO di ognuno di noi. Sparisce lasciando solo deboli tracce in quelli o quelle cose che un po' ci continuano? Non ho mai potuto credere all'evidenza di questo dato di fatto, oltre il quale si apre il baratro della fede e di Dio e dell'immortalità dell'anima. Sì, per me l'anima è eterna, come formidabile è l'idea della sua esistenza (anzi della mera possibilità della sua esistenza): non si estingue dietro al dissolvimento del corpo. Il corpo è finito, delimitato nel tempo e nello spazio, nelle prestazioni atletiche come in quelle cerebrali. Ma l'anima, l'io dentro di noi, è un tutto senza limiti né impossibilità, infinito ed eterno. Eppure proprio per questo, essendo la cosa più importante che abbiamo, non credo che tutto quel che facciamo influisca neanche lontanamente sulla sua realtà sovrasensibile. E' un altro mistero: come fanno le nostre azioni ad influire sulla sua intangibilità, le nostre parole ad influenzare la sua ineffabilità, il nostro tempo cronometrico ad avere un peso sulla  sua eternità? E allora, se tutto quello che facciamo non ha nessuna conseguenza utile a migliorare le qualità sovrumane e sovratemporali dell'anima, del nostro io eterno, cosa agiamo a fare in questo mondo? Non so dare una risposta. Gesù ha detto che "prostitute e peccatori ci passeranno davanti nel regno dei cieli". Il ladrone ha "vinto" un'eternità sublime dopo un'intera vita passata a far del male. E così un sacco di personaggi a dir poco equivoci della galleria umana del più importante testo sacro dell'occidente. Allora cosa ci agitiamo tanto per aver qualcosina in più su questa terra, se non sappiamo neanche cosa bisogna fare o meglio come bisogna essere per entrare nel famoso "regno dei cieli"? Ha persino detto che è difficilissimo che un ricco ce la possa fare! E sembra che tutti si affannino per diventare ricchi! Insomma, ho i miei dubbi sulle persone che hanno un chiaro scopo, un bel piano d'azione, la forza di volontà e la costanza per realizzarlo su questa terra... Chi vuol salvare la sua vita la perderà. Mi si può obiettare: ma c'è ancora qualcuno che tira in ballo queste superstizioni da medio evo? Testi sacri, ma scritti da chi? E per ottenere che cosa in chi li legge? Un gran minestrone per sempliciotti e creduloni! E io rispondo: invece tutto ciò che ci viene modernamente propinato coi media è oro colato? No, lo sappiamo a cosa serve, a farci comprare prodotti e cioè a farci lavorare gli uni per gli altri. Tutto un "do ut des", un grande scambio commerciale senza fine ultimo né scopo... Forse solo la mera perpetuazione della nostra razza, ma neanche: infatti andiamo verso la catastrofe ecologica e umanitaria. Il tornaconto economico butterà la terra nella spazzatura e le anime dei suoi abitanti all'inferno! E allora cosa bisogna fare per salvare capra e cavoli? Boh! Se lo sapessi inizierei a farlo. Per adesso quello che faccio (che è qui stilizzato alla bell'e meglio) è un riflesso di quel che sono, ma non ho ancora capito bene...

Mercoledì 15.   Sì, ci vuole molto coraggio (la qualità umana preferita da Gandhi) e indipendenza, forza di carattere e libertà spirituale per tenere un diario come dico io! Non bisognerebbe tacere niente per paura del giudizio altrui - cedere a queste inibizioni sociali equivale a  svendere la propria mente a quella degli altri, e perché, poi? Sì, tutti abbiamo un innato bisogno dell'approvazione sociale, ma tutto ciò sa  più di debolezza che non di forza: è una comodità sociale per ogni singola persona che accetta passivamente i suoi limiti psicologici, né ha mai preso la ferma decisione di superarli indefinitamente.
Venerdì 17.   Ancora sui miei pensieri dopo una breve ma profonda conversazione con Durs Grunbein. Siamo subito passati all'inglese, lingua franca per tutti e due. "Il poeta è in eterno esilio, prova ne è l'isolamento delle letture di poesia: in stanze appartate", alla ricerca dell'intimità e del rapporto individuale. Eppure Patty Smith, grande voce della poesia contemporanea, è andata a cantare  le sue opere - stravolgente rockettara - in raduni pressoché oceanici, restando sulla cresta dell'onda della creatività e dell'originalità postmoderne. "Parola è psiche". Interessante, no? Per me è realtà. Il criterio di verità della realtà è per me la concretezza materiale della sua descrizione: le parole FANNO la realtà molto più di quanto la realtà produca parole. La realtà è pesantemente modificata dalle parole, tanto che senza di esse non solo non ha più senso, ma proprio si può dire che non esista, per chi la vive senza di esse. Le parole non sono un epifenomeno della realtà: per me sono la sua parte costitutiva più importante. E non sono neanche una mera colonna sonora per le nostre esperienze; le parole sono una grande macchina psichica e sociale, una realtà omnicomprensiva in cui inquadrare degnamente tutto ciò che stanno a rappresentare. Hanno una lunga storia etimologica alle spalle e una precisa  distribuzione geografica, hanno accompagnato migrazioni, estinzioni, ingressi di varie popolazioni in nuovi territori vitali, o hanno sottolineato sopravvivenze ed endemismi umani con il loro adattamento estremo ad ogni più piccola particolarità di nascoste nicchie ecologiche... Le parole sono un mistero e un enigma, un mondo dentro il mondo ma anche un grande contenitore di mondi. Affascinante pensare queste cose chiamate PAROLE...

E' sbalorditivo costatare quanti tedescofoni ci siano a Genova. Ci si sente stranieri a non poter parlare loro, a non capire quando si parlano; sembra di esser arrivati in Germania: spaesamento dei luoghi usati... Viaggiare nelle parole stando fermi, ben radicati alla propria cittadinanza multipolita. Essere genti, ambiente, fare teatro continuo, comunicare, in piena verità di se stessi, qualcosa di singolare, d'insolito, di originale: la propria normalità diventa speciale a contatto con quella altrui.

Sabato 18.   E anche un altro "concertino" se n'è andato! Tutto bene. Abbiam suonato in quattordici, tra bambini, vecchi, amici, amici di amici, compagni di scuola... Io ho suonato e - devo dire - anche cantato in inglese un gospel americano, facendo la voce calda e vibrante, da "negra", il più possibile. Avevo preparato per l'occasione anche le sei variazioni di Beethoven su "Nel cor più non mi sento", duetto dall'opera "La molinara" di Paisiello, ma tante erano le persone e poco il tempo che più di così non si poteva fare; tutti han potuto suonare, con soddisfazione. C'è stato persino chi voleva suonare lo stesso repertorio due volte, da quanto ci provava gusto, ma ho dovuto dire di no: la Laura Bertoglio. Altri han dovuto limitarsi a suonare meno della metà dei brani in programma, come la Virginia Baroncelli. Ma è stato bello lo stesso, è sempre entusiasmante sentire dei bambini suonare!
Domenica 19.   Ho finito di aggiornare il mio sito. Nei dipinti ho esposto un quadro di Gian Marco Crovetto, artista genovese che prediligo per i suoi colori deliranti, assurdi, coraggiosi al massimo, ma spiegati in un contesto paesaggistico che li fa sentire come normali, piani, lirici addirittura.

Ho ordinato il diario in due tranche mensili, aprile e maggio 2002. Un po' di lavoro per il mio superbo nulla.

Ultimamente ho letto poco per i miei standard, ma in compenso ho comprato e preso in prestito tanti libri, perché mi voglio rileggere Storia e utopia e Il demiurgo di Cioran - curioso, un lapsus freudiano mi impedisce momentaneamente di ricordare l'aggettivo così caratteristico che completa quest'ultimo titolo - ma forse è Il funesto demiurgo, sì, un ossimoro, tipica scelta pepata di quello chef per palati non proprio delicati... Ah! Vorrei sempre evitare assonanze nella prosa, ma quando sono un po' stanca vengono così naturali che me le perdono con troppa indulgenza, spesso sarebbe da rifare tutto un periodo, non si può cambiare una parola senza toccare i nervi del cervello, con conseguenze micidiali per un povero testo innocente... Invece alla stampa, alla TV che entra in (quasi) tutte le famiglie italiane non perdono proprio un bel nulla; l'italiano così aulico, saporito e ricco di storia avita sta rovinando per la china di questa gente senza scrupoli, gente che sfrutta la parola come fosse una prostituta, senza un briciolo d'amore e di responsabilità, senza tenerezza! Parlano senza pause, senza posa, con la paura del tempo che gira negli orologi, senza respiro, un'unica raccapricciante fissità solo apparentemente movimentata da quello specchietto per allodole chiamato "indici d'ascolto". Oh, non ci si deve mai abbassare a contare quanti ti ascoltano, si deve parlare al cuore, il proprio e l'altrui (persone, soggetti, portatori di se stessi), non ad una somma di consumatori! Come si fosse in cima ad un monte, terribilmente soli, nel deserto, ad una strabiliante profondità, coi binocoli spianati come mitragliatori a caccia di safari umano, vitrei - e vuoti.

Lunedì 20.   Ancora su Durs Grunbein. "L'arte è fatta di percetti (sensazioni, emozioni), la filosofia di concetti". Già: un poeta sta fra questi due estremi, sempre in bilico tra intelletto e materia, sensazioni e ricordi, con il corpo nel mondo delle cose quotidiane e la testa nel mondo delle idee di Platone. Siamo nel mondo ma non del mondo... Ecco i paradossi, gli ossimori, le sinestesie e le parole astratte, la ricerca dell'etimo, della storia e dell'originale pregnanza di ogni vocabolo, la scelta della musicalità sonora, fatta dall'orecchio per illuminare con inediti spot di luce il senso delle espressioni più ermetiche (in realtà quasi banali se si considerano tutte le variabili in gioco di rimpallo tra loro). I maestri di Durs Grunbein? Gottfried Benn, Osip Mendelstam, Leopardi ("la ginestra è la poesia più emozionante che abbia mai letto"), Nietzsche ("un concentrato di filosofia, ogni pagina dei suoi scritti"), Montale, Goethe, Darwin, Holderlin ("lo schizofrenico, non parlava certo come scriveva"), Enzensberger, Platone e altri greci; anche Cioran, dopo averglielo chiesto (pura poesia in una prosa filosofica impareggiabile, secondo me). Dice: "Traduco molto per me stesso": sì, è incomparabilmente più saporita una sola pagina poetica col testo a fronte che non in nuda traduzione; dover sorbirsi  la poesia di autori stranieri solo in traduzione (per quanto "artistica" possa essere) senza poter posare l'occhio sul testo originale è come mangiare un boccone già masticato da un'altra bocca: c'è il nutrimento, d'accordo, ma... Eppure a scuola si fa esattamente così, e solo così: autori stranieri in (pessime) traduzioni, autori italiani (e non) abilmente criticati, riassunti, slavati e pret-a-porter, Bignami a stecca, "farsi il mazzo", slogan, frasi fatte, mai una sana lettura di un'opera in versione integrale e in lingua originale... Lo scolastico come categoria spirituale, in rapida (quasi anodina) vaccinazione del parco menti più fresco d'Europa... Cosa ci si può aspettare da questi bulldozer dalla memoria esamivora, che scrivono fitte risme dopo un salto ai tanto trendy corsi di scrittura creativa, strapagati dalla mamma (sì, perché papà in fondo queste cose non le capisce, mentre lei ti darà sempre una mano...)? Io avanzo in solitudine come nella steppa, senza un confine davanti a me, tutto è un grande orizzonte e non si sa che direzione affrontare, i maestri sono andati per la loro strada e non si possono scimmiottare a pappagallo, bisogna lanciarsi all'avventura, pionieri, addentrarsi nella giungla delle terre vergini della mente, le uniche che ancora ci è dato scoprire in questo mondo antropico ove l'uomo è tutto e misura di tutto.
Venerdì 24.   Ultimamente ho avuto da fare più del solito, quindi non ho scritto nulla nel diario. Anche ora devo andare subito via. La vita è una corsa senza possibilità di presa visione dell'arrivo. Sto convertendo gli elenchi libri letti in tabelle più razionali, operazione espletata per 801, 901 e 1001, cioè le ultime tre centinaia. E' una lungaggine noiosa e macchinosa, ma...
Domenica 26.   Oggi "battesimo dell'erba" della nuova mountain bike fin sul monte Fasce, circa 900 metri sul mare. Da lì grande spettacolo di una Genova prona ai miei piedi e quasi incredibilmente piatta, protetta da un baluardo di monti, forti e contrafforti che le altre ex repubbliche marinare non hanno mai avuto in dono dal cielo (ecco l'origine orogenica del carattere riservato dei genovesi, del loro sentirsi al sicuro come tanti piccoli tesori rinserrati in uno scrigno inviolabile). Certo è stata dura portare la mtb in salita con tutto il suo peso di ammortizzazione anteriore etc su fino a quell'altezza, ma direi che ne è valsa la pena. Da Albaro e ritorno, all'andata via dei Ciclamini e via degli Anemoni, poi su per una crosa ripidissima, poi una strada asfaltata, fino oltre al metanodotto. Indi un fantasmatico sentierino a mezza costa quasi impraticabile, in realtà una strettissima mulattiera per cavalli, con pietre smosse e aghi di pino sdrucciolevoli sul fondo, erba altissima ai due lati, rovi e arbusti spinosi, felci giganti nei tratti più umidi e una pendenza media che me la rendevano impossibile da pedalare; era già tanto se riuscivo a trascinare la bici al centro camminando nelle erbacce, che però devo dire a volte si trasformavano al senso della vista in onde erbose, con le improvvise raffiche di vento in quota: un effetto simile a quello ispiratore del titolo di Capote "L'arpa d'erba", suppongo. Comunque con la forza della disperazione ce l'ho fatta, tenuto conto che avevo mangiato al mattino solo otto amaretti e per tutto il percorso ho succhiato compulsivamente una stecca di caramelle Golia bianca, zuccherine, sì, ma... Be', non pensavo di arrivare in cima, anche se era un obiettivo dichiarato (poco realistico ma infine realtà, come spesso accade). Volevo solo provare la ruvida novità sui sentieri, non più solo su asfalto, cioè far correre questo cavallo imbizzarrito, mezzo potente e pauroso, giù per le verdi pendici di un monte, nel suo ambiente naturale  (anche se non proprio dalla vetta - e invece...). Ho bevuto parecchio al convento, alla partenza, e poi su senza acqua di scorta! Certo sono stata molto fortunata, se non irresponsabile, ma sul più bello son comparse - in diversi, opportuni fragenti - due fonti sorgive provviste da qualche sparuta anima pia di piccoli tubi in plastica, al che ho provveduto a rigenerare di una doccia rinfrescante i capelli abbrustoliti, bagnare i polsi e minacciare di prosciugare, in breve, queste vene della terra, queste insipide (grazie al cielo - letteralmente) spremute di monte. Insomma quando son tornata mi son fatta una pasta e fagioli come Dio comanda, più tre biscotti Lagaccio volanti e, a sera fatta, due uova sode e polipo, con finale di merendina. La sorgente più alta, nel sentiero, recava una scritta sopra il bacino di marmo: AEGUA DU PERTEUSU Carlo Carbone 1962. Grazie molte! E chissà cosa vuol dire perteusu. L'altra parola mi era invece stranamente intelligibile... Ho anche recitato la giaculatoria per lucrare l'indulgenza plenaria di 200 gg. indetta da un alto prelato: CRUX SPES UNICA PROTEGE ME; ma ormai son più le antenne, i ripetitori, le parabole a inondar di dati questa città, che non le benigne, inefficenti, nude croci, su quel monte... E poi giù per un altro sentiero, più agevole, fin al Santuario e via fino a salita dell'Apparizione (giustamente rimbalzata in discesa con la sua scrollevole scalinata tipica delle "crose seneisi", dure come le loro esse) e via delle Crocette, idem come sopra. Corso Europa, pranzo, breve sonno ma di sasso, cambio bici (ah, la leggerezza, lo scatto di velocità in salita della bici da corsa sull'asfalto - impareggiabile come un miraggio metropolitano), Albaro, e oramai sedentaria, qui davanti al PC, come tutti quelli che ora leggono queste velleità cronachistiche - quanti? Mah, non voglio mettere il dito nella piaga, cioè il contapersone, è così umiliante da una parte e dall'altra, sentirsi approvati nella quantità, in quest'anonima perfezione... Dovrei tenere un diario di carta, tutto per me? Ma se non ho  nulla da nascondere, inoltre l'ho fatto per troppo tempo, ora senza pesi inutili mi leggerò e scriverò anche dal mare, dalla montagna, nelle vacanze, altrove... E se sarò l'unica a farlo, buon per me! La mole di questi miei scritti dovrebbe scoraggiare senza fallo tutti quelli che non mi interessano, coloro che non han tempo cioè voglia di leggere cose forse strane, vecchie e nuove, le mie parole...
Lunedì 27.   Stasera vado alla GOG, Giovine Orchestra Genovese, associazione concertistica ospitata dal Teatro Carlo Felice, Teatro Modena e varie chiese genovesi (quest'ultime solo per la musica sacra). Tra poco tre bambine daranno l'esame per entrare in conservatorio. Un'altra si è ritirata... in tempo. Non è proprio uno scherzo! "Bisognerebbe studiare di più", ma chi è il maestro o professore che non ripete questo vecchio cliché?
Giovedì 30.   Stasera prova di coro a S. Rita in v. XX Settembre.

Le tre stoiche bambine son sopravvissute all'esame di ammissione al corso di pianoforte in conservatorio! Per prepararsi bene hanno studiato e suonato di più e meglio del solito, risultato già ragguardevole (anzi indispensabile) per chi voglia  aumentare la serietà di un tale apprendimento. Hanno avuto un mese in meno per prepararsi, rispetto all'anno scorso, quando la Chiara Carossa, una di loro,  si è classificata 13° su 80 pianisti in erba, non riuscendo ad entrare di questo strumento per un soffio, essendo liberi solo 12 posti! Se ci si lascia andare, presi dallo sconforto per simili avversità, è la fine e prima o poi si smette di suonare. Ma chi persevera ottiene quello che vuole, anche se a qualcuno può sembrare una diabolica caparbietà. E' stato contestato il modo di eseguire l'acciaccatura. Io sono sicura di quello che ho imparato dalla professoressa Arcuri e da tanti altri grandi didatti: al pianoforte, l'acciaccatura si esegue come due note contemporanee, di cui l'acciaccatura vera e propria staccata di dito (anzi, staccatissima), strappata all'indietro, mentre la nota reale è normalissima come se l'altra non ci fosse. E' molto più veloce da fare che da dire. Ma non è una questione d'interpretazione: si fa così, quanto 2 + 2 = 4! Chi pensa che al pianoforte l'acciaccatura si faccia come a tutti gli altri strumenti non polifonici, e cioè una nota dopo l'altra come fanno i cantanti flautisti etc è in grave errore, è un ignorante e non è un vero pianista - e purtroppo nel Coservatorio di Genova si possono trovare tali indegni rappresentanti, che non solo non hanno neppure il buon gusto di stare zitti davanti a ciò che non sanno, ma tacciano la vera arte di errore. Ciò che conta è dare l'illusione acustica di una vera acciaccatura come la farebbe uno strumentista monodico, che dispone di una voce sola per cantare le melodie. Il fatto è che se il pianista volesse riprodurre l'esecuzione di questi ultimi ne risulterebbe un'imperfetta imitazione, assolutamente non realistica, mentre in velocità qualsiasi esecuzione dell'acciaccatura al pianoforte diventa come ho detto io: due note contemporanee, una nota staccatissima, l'altra normale (legata o portata come se l'acciaccatura non ci fosse). Velocità o meno, l'illusione acustica, cioè la bellezza, è data solo in questo modo. Il resto è spazzatura.

Venerdì 31.   Remembering: anni fa ho "partecipato" a un pellegrinaggio diocesano guidato dal Card. Tettamanzi, andando a piedi, cioè senz'autobus nè bici, per la verità in perfetta solitaria, da Albaro al Santuario di N. S. della Guardia, in sei simpatiche ore che mi han visto attraversare più di mezza Genova e campagna limitrofa - ben sapendo che il ritorno mi sarebbe stato garantito in macchina. Quando si sale, in Europa, in cima c'è sempre una croce: anche qualche antenna e ripetitori vari, s'intende, ma le croci son più "romantiche" e rimandano altri dati, possibilmente persino più eterei... Il percorso è stato edificante: un lento transumare di diverse genti intorno a me, case, strade, quartieri, una varia umanità coi suoi attributi logistici, (im)mobiliari, scenici, un lungo e stretto habitat con la sua tipica fauna locale, coi suoi endemismi vernacolari, i suoi tic, etc, tutte cose che senza accorgermi irrimediabilmente scorderò, rimanendomi in fine un certo non so che, quel succo d'encefalo, quel nulla d'inesauribile segreto, altresì detto esperienza (di vita (vissuta)), che spesso rappresenta l'unico bagaglio (per la verità piuttosto ingombrante) dei vecchi che ci stanno accanto e non sanno a chi parlare... Allora mi chiedo: non è più veloce e semplice, più alla portata di tutti, impiegare ben meno di sei ore ogni tanto per travasare queste antiche, disprezzate sapienze dalla testa dei nostri vecchi alla nostra, tramite una bocca che parla e due orecchie che ascoltano parole, storie, fatti, il passato che risorge? L'esperienza diretta possiede pur sempre l'attrattiva di un certo realismo che non le si può negare, dopo tutto, ma vogliamo mettere il valore di collante sociale dell'esperienza condivisa, narrata mediante il più antico veicolo dell'umanità, la parola? Il mitico, fecondo interscambio tra fantasia e realtà, parola e azione, idea e fatto...