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Venerdì 2. Lavori in casa, imbiancare le pareti e i soffitti,
sostituire i sanitari del bagno, muratori, falegnami, idraulici, caos in casa,
mobili di qua, di là, spostare la roba fino a non trovarla più, il tutto
continuando a lavorare, a vivere in quella stessa casa... Un amico, dulcis in
fundo, dimentica il numero segreto (troppo segreto!) del bancomat e
ora si risicano insieme i risparmi, mangiando quel che si può, con questa
fretta addosso. Ho mancato un bel po' di appuntamenti con alcuni amici.
Scusatemi, non ce l'ho fatta! Andare in bici su e giù per 'ste salite e
discese, sfruttare il tempo, le ore libere, i buchi per fare la spesa,
stressarsi fino ai sentori dell'insonnia, mantenere i rapporti telefonici, il
mio sito aggiornato e la posta elettronica sbrigata... Ma ora basta! Un po' di
riposo! Domani, sabato, devo ancora suonare una messa con rosario, poi vedo se
ho le forze per la mia seconda, sospirata nottata in discoteca. Ecco la mollacciona, la perditempo, quella che non ha polso! Eh, sì, i miei
amici mi han sempre parlato con franchezza, ma non mi son mai difesa a parole.
Lascio sempre dire, brontolare, senza ribattere se non ulteriori appunti da loro
omessi sul mio conto - conto che spicca per la sua esposizione a ogni
tipo di critica, costruttiva (utopica, che dir si voglia) o distruttiva
(sono un'inguaribile sadica autoiconoclasta).
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Domenica 4. Sto leggendo Il piacere del testo di Roland Barthes, un
saggio sui piaceri del leggere ma anche dello scrivere, bello, avvincente come
un romanzo. Mi ci sono riconosciuta (e comunque, vorrei sapere quale libro ho
passato nel mio setaccio senza immedesimarmici, senza trasformarmi, senza
viverlo prima nella mente, poi nelle altre realtà). Sì, mi piace
scrivere per cercare un solitario piacere dentro di me, ma siccome godo il raro
privilegio di ritrovarmi una psiche lussureggiante e non conoscerò mai a sufficienza
le riserve segrete della mia incongruenza, pubblico poi il tutto (un pastiche
senza capo nè coda) anche per mero esibizionismo, dragando disperata lettori
per tutto l'ecumene italiofono cablato. Cosa ci ricavo, oltre un'iniezione di
droga narcisistica non indifferente? Mah! Ah, sì: qualche amicizia virtuale. E
anche questo non è da sottovalutare, con il solipsismo che ci circonda, tutti
soli e chiusi nei loro problemi privati, troppo privati (mentre poi son
sempre gli stessi per tutti, ma li si affronta separatamente dagli altri, ognuno
solo come isola, contro tutto il resto del mondo - basta una rete di amici per
vedere i propri problemi da personali a sociali, in una
prospettiva politica, comune, di reciproca responsabilità...). Ieri son andata per la seconda volta della mia vita in
discoteca. (Che mi succede? Va' a capire... Son come un'adolescente alla scoperta
del mondo, entusiasta di trovarlo così grande, vario e bello.) Stavolta,
guerriera della notte, mi son bardata come un crociato alla guerrasanta: ai
piedi cerotti preventivi a profusione, tre paia di calze di cotone, scarpe
comode, pantaloni neri attillati, camicia di seta rossa fantasia (che col caldo
mi son sfilata) e sotto maglia d'un bianco splendente alle luci fosforescenti,
guanti da bici in pelle nera, maglione giallo ben visibile di notte (visto che
le mie bici non hanno fari: 22' all'andata, 23' al ritorno corso Galtaldi - via
Cantore). Dopo un attimo di sconcerto (durato circa due ore - c'è anche da dire
che son entrata tra i primi) per l'assenza, peraltro ampiamente annunciata, di
certe persone, bicicletta nera incatenata lì davanti, guanti in tasca, ho
buttato maglione e camicia su una poltroncina e mi son lanciata nella mia ormai
consueta anarchica sarabanda. Peccato solo per la musica: il deus ex machina
di ieri non rendeva certo giustizia alle possibilità coreutiche degli astanti
(con un frasario altisonante), mentre l'altra volta c'era Alfredo Biagini, dj
abilissimo sin da quando frequentavamo assieme il liceo scientifico - una
vecchia conoscenza, completamente persa di vista: eravamo i migliori della
classe, in tutte le materie ma soprattutto nei temi d'italiano: lui, Aureliano
Zattoni detto "Zattola" (ora clavicembalista), Sara Gallini (ora
architetto) ed io. Ballo scatenato spesso ai bordi della pista, per aver più
spazio, con mosse tra il karate e lo strampalato più andante, ai limiti del
verosimile... Qualcuno voleva ballare con me, si è tentato anche questo, ma se
è difficile seguirmi, risulta assolutamente impossibile conciliare il tenermi
per mano con le mie acrobazie sconclusionate, variabili a random come nella
migliore delle science fiction robotiche. "Che entusiasmo! Non ho mai visto
nessuno ballare così, e per tre ore di seguito! Veramente instancabile! E poi
libera, disinibita al massimo!" Eh, sì, le mie sofferenze interiori mi han
sempre dato la chiave per accedere a una felicità, proprio una gioia
inimmaginabili a chi non è mai sceso nell'abisso... E uscendo rimaneva ancora la sorpresa della bici, vero colpo di scena, magistrale per passare alla
leggenda: "Ma veramente vieni da La Spezia?", "Pensavo che
venissi da lontano...", "Di dove sei?", come se avessi un accento
o modi diversi dai genovesi (gente strana e diversa già per Dante, che
di costumi se ne intendeva, così dedito all'esilio volontario, sempre ramingo
di qua e di là)... Manco a dirlo, inoltre, la velocità e
persino la comodità (per non citare la salute, anche mentale, e la moralità,
se non altro ecologica) dell'andare in
bici (in città e quando non piove) rispetto ad ogni altro mezzo di trasporto
sono ampiamente riconosciuti anche da chi non ci va mai... Perché però non
provano a mettere in pratica i loro ideali, gli intimi desideri "del loro
cuore"? O anche solo le loro idee: vivere all'altezza del proprio
segreto...
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Martedì 13. A proposito del 2° paragrafo di venerdì 2 maggio
2003: l'unico giudizio che posso dare di me stessa è quello che mi rendono le
mie azioni. Tutto qui. Per il resto, opto per un diplomatico no comment, mi
astengo dal giudicarmi, sono cioè una dolce, ostinata scettica cui piace, al
massimo, un grazioso, opinabile hobby: travestirmi di mie definizioni - sono
AUTONOMA, mi nomino da sola, senza bisogno di approvazione, se non quella del
mio gusto per le parole. Faccio di me stessa un (bel) film. Gli aggettivi qui
sono di mio esclusivo appannaggio, sono la mia eredità, vado alla ricerca dei
verbi d'azione più che delle azioni - per poi mettere il tutto in pratica,
senza dubbi o reticenze, perché dire è fare, o è vuoto persino di senso, un
nulla. Bisogna pensare molto per essere molto. Mi calo in un personaggio, vivo
la mia storia, non è bello esser oggetto di ETERONIMIE, mi basta avere una
leggenda in cui credere, in cui sperare nonostante tutto e tutti, persino contro
l'evidenza dei fatti (o meglio contro le sottili inconfessabili ideologie
sottese alla loro interpretazione), armata fino ai denti dello scudo delle mie
poesie, dell'acuto pugnale della mia mente, fino a vincere la mia personale
battaglia contro: la buona come la cattiva fede, la stupidità del materialismo,
lo spiritualismo che sacrifica alle atrocità del terrore, e tutti i più odiosi
pregiudizi di questo mondo - tragicomica, donchisciottesca paladina di una sua
innominabile arte, sciolta da servili tributi alla bellezza - bellezza, vetusta
dea, idolo degli "artisti", cui sacrificherebbero tutto eccetto il
proprio nome!
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Sabato 17. "Altro delirio - l'attività logorroica continua; è
consigliabile munirsi del vocabolario della lingua mondiale": queste misteriose
parole son state affisse sulla bacheca di questo (secondo lui) allucinante diario
da un mio amico che (purtroppo!) in forza della legge 675/96 desidera mantenersi in
incognito, nel più stretto riserbo, ramingo com'è, schivo e solitario su un
blocco di stalattite come un antico eremita - è il mio guru personale, ed io sono (se
è tutto oro colato quel che dice) la
sua discepola prediletta, che tuttavia ogni tanto riesce anche ad insegnargli
qualche nuovo vocabolo ("coreutico")... E ora qualche bautade
in duo, di palo in frasca: 1. Il mio
santone propugna pubblicamente la povertà ma pratica il lusso più sfrenato,
come in quel film di Carlo Verdone... 2. Pensate che Einstein non ha spiccicato
parola fino a tre anni (c'é chi dice sei). E' evidente che non potrò mai
diventare un genio, al confronto con simili, inarrivabili castità orali...
Eh, sì, pane e parola, le uniche cose che mi tengono al mondo (materia e
spirito, corpo e anima...). Si può vivere quaranta giorni e forse più senza
mangiare (non senza bere o respirare - siamo liquidi più che solidi, e siamo
aria più che acqua) ma neanche un solo minuto è privo di parole dette,
ascoltate, meditate, assaporate, scritte, lette, pensate, sognate, cantate, suonate, attese, cercate,
desiderate... Tutto è parola! Messaggio, comunicazione, unione nelle
differenze, fratellanza dei lontani: un grande corpo, quello dell'umanità, animato da profonde correnti elettriche di pensiero...
Giovedì 15 alle 18 c'è stata la tanto attesa conferenza di don Franco
Barbero della comunità di base di Pinerolo, associazione "Viottoli".
L'ho accompagnato personalmente dalla stazione Brignole a via Cairoli a piedi,
un bel giro turistico per San Vincenzo, via XX Settembre e via Garibaldi,
durante il quale ha trovato modo, lui già così carico di libri (trascinava le
900 pagine del Lexicon della Chiesa Cattolica), di comprarne altri due da due diversi
senegalesi, davanti alla Feltrinelli. Incontro preparato per lettera e molto
desiderato, almeno per quanto mi riguarda. E' un grande studioso, che dà la
preminenza all'amore, su tutto: "Amerai!", secondo la Bibbia e il
consiglio di Gesù Cristo. "Dogmi, cicatrici delle battaglie ideologiche; i
veggenti minacciano la fine dei tempi come periodo dell'apostasia e della
ribellione. Ma bisogna vedere da che parte è l'apostasia, quanto è
indispensabile una giusta ribellione", gli ho detto. Devo leggere di più,
e più attentamente. E' una grande fonte per me, come tutti quelli che per
vocazione divina, per ispirazione incoercibile leggono a più non posso, si
abbeverano e così danno da bere agli altri, assetati più di loro, ma
dolorosamente inconsapevoli. Bisogna liberarsi dal
principio patriarcale dell'autorità, liberati possiamo meglio liberare gli
altri. Sì, ma è triste vederli indietro, ancora ripieni
di pregiudizi, incapaci di amore, alla ricerca di condanne da affibbiare a chi
è diverso da loro. E' sempre stata dura per le minoranze (ministero, ministro, amministrare, minoranza: da minus, cioè meno,
minore). 8 febbraio
1984: legge della CEE che intima agli stati membri di recepire nel proprio
ordinamento istanze di diritto e di eguaglianza sociale tra tutti i tipi di
coppie o di unioni civili, senza differenze basate sulla religione, la lingua,
l'etnia, il colore della
pelle, l'età, il paese di nascita, il sesso e l'orientamento sessuale (o
sentimentale). Ma da quella data il magistero (magistero, maestro, da magis: più,
maggiore) cattolico ha combattuto proprio
per non estendere (nelle leggi dei vari stati) i diritti propri delle coppie
sposate in chiesa o in comune anche alle coppie di fatto, a quelle
omosessuali, alle coppie e alle famiglie atipiche. Non c'è una decina di
pagine del Lexicon ove non aleggi lo spettro demoniaco dell'omosessualità. La
grande famiglia patriarcale è finita, ci sono solo famiglie mononucleari di
quattro, tre, due, a volte solo un elemento. Il legame di sangue non è più
così importante. Due idoli ci rimangono da abbattere perché sia resa
giustizia alle PERSONE, al loro amore, alle vere relazioni che intercorrono tra
di loro: il matrimonio e la famiglia, sempre più
spesso recipienti di violenza, brutture, oppressioni tanto efferate quanto
coperte da omertà, idoli sanguinari a cui si sacrificano troppe vite, perse
nell'adorazione di un'idea fuori dal tempo e dalla storia, un Molock ammantato
di Bon Ton, Galateo, perbenismo, benpensantesimo, ipocrisia e pregiudizi, il
tutto indistricabilmente fuso nell'immagine del Dio Successo - Mammona
nell'aramaico di Gesù, la ricchezza, l'approvazione sociale, un'improbabile
quanto superficiale felicità terrena - svenevole, irraggiungibile chimera.
Ennesima rivoluzione nei miei Diari: ora (come nel medioevo, del resto) in alto
c'è il passato, in basso il presente. Il senso è dall'alto in basso, ci si
deve calare nelle mie ultime parole a partire dalle prime - chi voglia saltare
la storia per l'attualità cada subito in basso, nella polvere.
Mi vengono a trovare amici (Stefano, Bescir, Pietro, Giada, Fabiola...), vado
io da loro, in assoluto interscambio e parliamo sempre fino a notte fonda;
ebbene sì, sono un animale dai gusti circadiani molto spiccati, declinanti per
innata passione tutte le sfumature del serotino, e distruggo rapidamente, in chi
veglia con me le stelle strane, ogni naturale inclinazione al sonno
(compagno, amico, consigliere, risolutore, liberatore, salvatore...),
vanifico come neve al sole il senso del limite, il bisogno di riposo, ogni
sentimento di possibile stanchezza. Dura starmi accanto, non mollo tanto
facilmente la presa - la preda che abbocca all'amo del dialogo, oh, questo sacro
discorso sul mondo tra anime laiche! (Eh, sì, gli angeli, i santi, questi
misconosciuti, non parlano mica tra di loro, aborrono discussioni, questioni, opinioni:
stanno ai piedi di Dio, loro soli, in eterno adorante ascolto...)
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Domenica 18. Sto vivendo un periodo di eccezionale tristezza, rischiarato dai baleni di
una gioia ugualmente ineffabile. Forse vivo ora per la prima volta nella mia
vita, dopo anni di chiusure e vagolii nel buio labirinto dell'anima. Eppure i
dubbi sono immensi per la loro portata, scavano incidendolo per sempre il mio
spirito come fosse burro. Come ho trovato il modo di dire a don Franco Barbero,
sono totalmente trasparente alla comunicazione interpersonale, e chi è acqua
deve avere in sè anche immani dighe. Non riesco a giudicare o definire
alcunchè, alcuna persona al mondo, compresa me stessa. Al massimo emetto
racconti, affabulazioni che mascherano e insieme rivelano l'ineludibile essenza di ciò che
penso, di ciò che sono. Non ho misteri per nessuno (mio strano vanto - o
presunzione?), perchè il più grande mistero sono io. E questo, se non si è
semplicisti, penso sia valido per tutti, anche se non mi periterei mai di
parlare, come i politici, in nome degli altri, o, peggio, per il loro presunto
bene. E siccome sapevo che il mio particolare modo di essere, anzi il mio essere
tout court non sarebbe mai stato ben accetto nell'ambiente che mi contornava come fa l'acqua col pesce, mi sono negata nel profondo della mia
intimità fino a dissumularmi, a nascondermi, a inventarmi diversa
da quel che fin dai miei primi cinque, fatidici anni, sapevo di essere. Per un
bel pezzo (per fin troppo tempo), poi, ho sepolto la mia anima e il suo
desiderio di amare, d'amore, perdendomi nella vana rincorsa della sua immagine -
giocoforza distorta dallo specchio deformante delle aspettative altrui. Già,
ora però so che devo diventare chi sono, per compiermi fino in fondo. E' un dovere
di probità morale verso me stessa, cui non
posso più sottrarmi con leggerezza dopo averlo visto emergere alla coscienza
così magicamente pregno del mio stesso stupore. A me non posso più mentire, agli altri non son
mai riuscita. E così, ora che mi sono scoperta, cioè ora che mi sono riscoperta, rivisitando la mia storia con sguardo finalmente consapevole di se
stesso, ora non
posso più fermare questa esplorazione, questa mappatura di me stessa: è come
un fiume in piena, una valanga che cadendo a valle prende sempre più corpo,
peso e velocità, fino ad abbattere tutto quello che le si pari innanzi, fino al
suo sfogo naturale nelle plaghe di una tranquillezza non banale, di una delicissima pace duramente conquistata come da indomito spirito di principessa
guerrigliera - gloriosa, lieta, sardonica.
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Mercoledì 21. A proposito di "gloriosa, lieta,
sardonica", mi sembra Cioran abbia affermato: infilare tre aggettivi,
avere uno stile. Il climax o l'anticlimax, prendere da campi semantici
diversi ma non troppo, saper accostare differenze di contenuto e di forma, dare
slancio, far pensare, non essere mai banale, stupire, impressionare ma allo
stesso tempo dire la verità, non esagerare, liberarsi però dai giudizi altrui,
che finirebbero per castrare ogni velleità di bellezza, perfezione, verità.
Autodefinirsi, autonomarsi, usare, creare parole per dire se stessi è un
diritto/dovere irrinunciabile, pericoloso e liberante. Nessuno ha il diritto di
farlo al posto mio - e nemmeno di giudicare, se non vuol essere giudicato dallo
stesso giudizio con cui giudica gli altri. Certo, che ognuno giudichi se stesso
e gli altri è inevitabile, ma ogni testa, un giudizio, e poi chi riesce
a mettersi veramente nei panni altrui? E ciò nonostante, quanto è affascinante
provarcisi, tentare di uscire completamente da se stessi per poi rientrarvi - ma
i paragoni dopo questo straniante viaggetto sono solo virtuali... Ieri sera scenetta curiosa,
inquietante. Un bar pizzeria squallido. Lei: Sei
straniero? Io: Risate di cuore, forse per sdrammatizzare. Lei: Occhi vitrei, fissi,
implacabili. Lui (dopo il breve silenzio di uno sguardo eloquente all'intorno): Sì.
Lei: Da dove vieni? Lui: Dall'Africa Lei: Dove, Africa? Lui: Marocco Lei:
Città? Lui: Casablanca. Lei: Hai visto il
film? Casablanca è un posto tremendo. Noi: Sconcerto montante. Lei: Perchè non te ne resti a casa tua?
Lui (come chi non ha sentito bene): Come?
con estrema calma e gentilezza, senza minimamente scomporsi. Lei (rimontando la
china): Perchè sei venuto
qui? Lui: Per conoscere questa meravigliosa persona, accennando a me. Io, al
contrattacco: E tu dove abiti qui a Genova? In
che via? (avrei voluto una risposta qualsiasi per controbattere: E allora
tornatene a casa pure tu!) Lei (cambiando abilmente discorso - per modo di
dire): Siete amici? Io: Sì Lei (un
passo indietro): Sei cattolica? Io: Sì Lei: Io no Riprendo: Per me va bene lo
stesso (a lui): Hai
finito il caffè? Bene. Allora andiamo. Il barista: ci sorride, con un cenno
(d'intesa?). Commento e morale: Ordinarie leggende metropolitane - il razzismo
ormai è solo cosa da pazzi? Noi: Misto di terrore e pietà per quella.
Sproloquio finale: Grazie, Basaglia, la vita ora è più varia, i deliri a
pelle, a macchia di leopardo, come sogni ad occhi aperti, il mondo visto da
occhi alienati - e questi occhi potrebbero essere i nostri!
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Martedì 27. Su Il Secolo XIX di oggi c'è una mezza pagina di
cultura e spettacoli sul fenomeno dei blogs, i diari in rete, come questo
che abbiamo sotto gli occhi ora. Francesca Mazzuccato ne parlerà, sempre oggi, alla
Fanc di v. XX Settembre (GE), alle 6, presentando il suo ultimo libro,
pubblicazione cartacea del suo diario internet. Riuscirò a far la
presenzialista anche lì? Esserci, la magia della mia bici... Sì, c'ero
anch'io, come si suol dire, e in gentile compagnia di Silvia, interessata
anch'ella, ma forse più ai convenuti che alla conferenza in sè - persone
veramente speciali (secondo lei - e potrebbe aver ragione!). Carissima Lory - eccoti nominata! So che ci tenevi tanto, o come minimo da
quando sei incappata nel dolce laccio dei miei scritti virtuali ti sei chiesta
il motivo della mia curiosa reticenza nei tuoi confronti. Nessun motivo, il
cieco caso così volle, ma ora gli diamo una bella dritta, ok? Sì, è stato
proprio indimenticabile il nostro viaggetto sulle spensiarate vette alpine, per
idillici praticelli, ristorantini ricercati e defatiganti autogrill ad ogni piè
sospinto - oh, quei posti superbi, mondani ma stranamente solitari, in questo
ultimo fine settimana... Anche Ivy, complice una piccola, innocua caduta al lago
Blu, non dimenticherà facilmente quella pace, quelli spazi, e quell'aria
sopraffina, così povera di ossigeno come di smog, l'aria più leggera che si
possa respirare, bere - mangiare, oserei insinuare... E dopo circa
5 ore di macchina, un grazioso rendet voux (so solo dirlo, poi imparerò
a scriverlo) all'Expo, dove con alcuni bellissimi negri, e trafitta dagli
sguardi chiari di luce di alcune mie languide (ma mai troppo languide,
ahimè) amiche, ho trovato modo di battere (fino al viola delle dita - quando
suono non capisco più niente, è un delirio orgiastico!) su un mitragliante
tamburo, che poi ho debitamente acquistato, vista l'acustica e soprattutto la
leggerezza del materiale, così accattivante per la particolare logistica delle
mie due ruote (che difficilmente supporta l'incongrua combinazione di grandi
pesi ed elevata velocità). Finale in bellezza, come si dice. E via un altro
weekend, nelle fauci del passato, questo onnivoro compagno di strada che prima o
poi ci inghiottirà tutti - che gli venga un accidenti, un colpo, o per lo meno
una sonora indigestione!
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Giovedì 29. Cara Simo leader, ora sei sul (mio) web pure tu!
Contenta?
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Venerdì 30. Ciao, mia carissima nipotina dell'armatore! Veramente
ne conoscevo due, di nipotine di armatori genovesi, ma per chi un motivo chi per
l'altro, se ne sono andate tutte e due: una per incidente stradale dopo una
bella febbre del sabato sera (guidava un altro), l'altra è data per dispersa
dopo aver lasciato detto di voler raggiungere, a Londra, una non
meglio identificata comunità butch. Eh, sì, so benissimo che nessuna delle due mi
leggerà mai - una è in paradiso, se mai qualcuna vi entrò (la ricordo
vagamente solo come angelo - non l'ho più vista dopo le elementari), l'altra,
ben altrimenti orgogliosa, testarda e indignata, sconta le pene dell'inferno, se pure fosse ancora viva (cosa di cui dubito
perché la sua anima è morta, non potendo più amare nessuno, come lei stessa
ebbe modo di affermare poco tempo fa). Ma se anche le vostre orecchie fossero
fuse nel fuoco, gli occhi abbacinati da due diversi splendori, le menti lontane,
irrimediabilmente distaccate ormai dal mondo dei vivi - e quindi dalla mia
persona, dalle mie parole, infine dal mio vacuo amarvi (se posso dir così - e posso,
visto che nessuno, qui sul mio sito, me lo può contestare, neppure voi) - e non
ci fosse modo per voi di entrare qui nel web a spiare le mie insignificanti
mosse - voi ora nell'Eterno, nell'assoluto nulla (o Tutto) - sì, io vi vorrei
dire lo stesso un mare di cose! Un oceano, grande come può diventare il mio
pianto che a fiumi è stato sparso inutilmente in tante notti di lenta
disperazione. Dopo la consumazione del lutto ci si riprende, non c'è dubbio (ma
cosa vuol dire? Siamo consumatori anche di questo?), eppure rimane una
voglia di presenza, di parlare, di avere qui e ora, di perseverare
nell'illusione che il passato possa continuare nel presente - quel passato così
presto mitizzato, quella bella favola che ci si racconta per dare una
dignità al proprio compianto... Favola non fu mai, nonostante un qual certo mio
spiccato talento per una discutibile logorrea (che mi ostino a considerare la
mia personale salvezza, ma che altrettanto probabilmente potrebbe rivelarsi per
un vizio della facezia, o quanto meno un malsano indulgere su quisquilie
verbali), anche nei momenti più prosaici della quotidiana fatica di vivere. Ma
insomma, mi mancate tantissimo - soprattutto (inutile nasconderlo - e a chi?)
una delle due - e a questo non c'è rimedio. Ecco il lutto, il dolore del
distacco, la prova, ed ecco anche il mio fallimento umano: qualcuno che amavo è
morto - e non si sa neanche dove, come, quando... Sul perchè stendiamo però un
velo pietoso, le cose non sono mai state molto chiare, fra di noi; solo una cosa
era fuori da ogni dubbio: il sublime, la grandezza della conoscenza a cui si
arrideva insieme, la pace dei sensi, il piacere di vivere, di essere, di
comunicare - e tutto ciò misto ad inconfessabili orrori di cui a stento il pensiero razionale
può rendere l'idea, e cioè (ci provo) il senso panico dell'essere finalmente se stessi,
il non ritrovarsi più in armonia con la propria precedente visione del mondo -
in un tale inedito terrificante senso del vuoto che si fa fatica anche solo ad
immaginare possibile. Ma il fascino sta proprio nel contrasto, e nell'averlo
vissuto appieno, senza sconti, addirittura senza pensarci, con l'incoscienza
degli adolescenti, e solo perchè era la cosa più bella, l'unica che avesse un
senso, nella mia vita, la prima cosa veramente meravigliosa. Come disse Pasternak: "E
non devi recedere di un solo briciolo dalla tua persona umana, ma essere vivo,
nient'altro che vivo, vivo e nient'altro sino alla fine." Ora
la conoscenza di me stessa si può dire ultimata, ora la teoria è finita, ora
sta il difficile: essere: sola - e universi!
Tra poco iniziano due belle manifestazioni gratuite e
dalla grande affluenza di pubblico, due veri e propri eventi per Genova della
cultura: da domenica 1 a domenica 8 giugno, il Suq in festa
(organizzato da Carla Paroleiro e Valentina Arcuri e da Chance eventi), dalle
ore 17 alle 24, alla
Loggia di piazza Banchi e in piazza delle Feste all'Expo, e a giugno inoltrato
(non so ancora esattamente quando) il Festival
internazionale di poesia 2003 (organizzato da
Claudio Pozzani e dal circolo Viaggiatori nel tempo) al palazzo Ducale.
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