Diario

maggio 2003



 
 
Venerdì 2.   Lavori in casa, imbiancare le pareti e i soffitti, sostituire i sanitari del bagno, muratori, falegnami, idraulici, caos in casa, mobili di qua, di là, spostare la roba fino a non trovarla più, il tutto continuando a lavorare, a vivere in quella stessa casa... Un amico, dulcis in fundo, dimentica il numero segreto (troppo segreto!) del bancomat e ora si risicano insieme i risparmi, mangiando quel che si può, con questa fretta addosso. Ho mancato un bel po' di appuntamenti con alcuni amici. Scusatemi, non ce l'ho fatta! Andare in bici su e giù per 'ste salite e discese, sfruttare il tempo, le ore libere, i buchi per fare la spesa, stressarsi fino ai sentori dell'insonnia, mantenere i rapporti telefonici, il mio sito aggiornato e la posta elettronica sbrigata... Ma ora basta! Un po' di riposo! Domani, sabato, devo ancora suonare una messa con rosario, poi vedo se ho le forze per la mia seconda, sospirata nottata in discoteca.

Ecco la mollacciona, la perditempo, quella che non ha polso! Eh, sì, i miei amici mi han sempre parlato con franchezza, ma non mi son mai difesa a parole. Lascio sempre dire, brontolare, senza ribattere se non ulteriori appunti da loro omessi sul mio conto - conto che spicca per la sua esposizione a ogni tipo di critica, costruttiva (utopica, che dir si voglia) o distruttiva (sono un'inguaribile sadica autoiconoclasta).

Domenica 4.   Sto leggendo Il piacere del testo di Roland Barthes, un saggio sui piaceri del leggere ma anche dello scrivere, bello, avvincente come un romanzo. Mi ci sono riconosciuta (e comunque, vorrei sapere quale libro ho passato nel mio setaccio senza immedesimarmici, senza trasformarmi, senza viverlo prima nella mente, poi nelle altre realtà). Sì, mi piace scrivere per cercare un solitario piacere dentro di me, ma siccome godo il raro privilegio di ritrovarmi una psiche lussureggiante e non conoscerò mai a sufficienza le riserve segrete della mia incongruenza, pubblico poi il tutto (un pastiche senza capo nè coda) anche per mero esibizionismo, dragando disperata lettori per tutto l'ecumene italiofono cablato. Cosa ci ricavo, oltre un'iniezione di droga narcisistica non indifferente? Mah! Ah, sì: qualche amicizia virtuale. E anche questo non è da sottovalutare, con il solipsismo che ci circonda, tutti soli e chiusi nei loro problemi privati, troppo privati (mentre poi son sempre gli stessi per tutti, ma li si affronta separatamente dagli altri, ognuno solo come isola, contro tutto il resto del mondo - basta una rete di amici per vedere i propri problemi da personali a sociali, in una prospettiva politica, comune, di reciproca responsabilità...).

Ieri son andata per la seconda volta della mia vita in discoteca. (Che mi succede? Va' a capire... Son come un'adolescente alla scoperta del mondo, entusiasta di trovarlo così grande, vario e bello.) Stavolta, guerriera della notte, mi son bardata come un crociato alla guerrasanta: ai piedi cerotti preventivi a profusione, tre paia di calze di cotone, scarpe comode, pantaloni neri attillati, camicia di seta rossa fantasia (che col caldo mi son sfilata) e sotto maglia d'un bianco splendente alle luci fosforescenti, guanti da bici in pelle nera, maglione giallo ben visibile di notte (visto che le mie bici non hanno fari: 22' all'andata, 23' al ritorno corso Galtaldi - via Cantore). Dopo un attimo di sconcerto (durato circa due ore - c'è anche da dire che son entrata tra i primi) per l'assenza, peraltro ampiamente annunciata, di certe persone, bicicletta nera incatenata lì davanti, guanti in tasca, ho buttato maglione e camicia su una poltroncina e mi son lanciata nella mia ormai consueta anarchica sarabanda. Peccato solo per la musica: il deus ex machina di ieri non rendeva certo giustizia alle possibilità coreutiche degli astanti (con un frasario altisonante), mentre l'altra volta c'era Alfredo Biagini, dj abilissimo sin da quando frequentavamo assieme il liceo scientifico - una vecchia conoscenza, completamente persa di vista: eravamo i migliori della classe, in tutte le materie ma soprattutto nei temi d'italiano: lui, Aureliano Zattoni detto "Zattola" (ora clavicembalista), Sara Gallini (ora architetto) ed io. Ballo scatenato spesso ai bordi della pista, per aver più spazio, con mosse tra il karate e lo strampalato più andante, ai limiti del verosimile... Qualcuno voleva ballare con me, si è tentato anche questo, ma se è difficile seguirmi, risulta assolutamente impossibile conciliare il tenermi per mano con le mie acrobazie sconclusionate, variabili a random come nella migliore delle science fiction robotiche. "Che entusiasmo! Non ho mai visto nessuno ballare così, e per tre ore di seguito! Veramente instancabile! E poi libera, disinibita al massimo!" Eh, sì, le mie sofferenze interiori mi han sempre dato la chiave per accedere a una felicità, proprio una gioia inimmaginabili a chi non è mai sceso nell'abisso... E uscendo rimaneva ancora la sorpresa della bici, vero colpo di scena, magistrale per passare alla leggenda: "Ma veramente vieni da La Spezia?", "Pensavo che venissi da lontano...", "Di dove sei?", come se avessi un accento o modi diversi dai genovesi (gente strana e diversa già per Dante, che di costumi se ne intendeva, così dedito all'esilio volontario, sempre ramingo di qua e di là)... Manco a dirlo, inoltre, la velocità e persino la comodità (per non citare la salute, anche mentale, e la moralità, se non altro ecologica) dell'andare in bici (in città e quando non piove) rispetto ad ogni altro mezzo di trasporto sono ampiamente riconosciuti anche da chi non ci va mai... Perché però non provano a mettere in pratica i loro ideali, gli intimi desideri "del loro cuore"? O anche solo le loro idee: vivere all'altezza del proprio segreto...

Martedì 13.   A proposito del 2° paragrafo di venerdì 2 maggio 2003: l'unico giudizio che posso dare di me stessa è quello che mi rendono le mie azioni. Tutto qui. Per il resto, opto per un diplomatico no comment, mi astengo dal giudicarmi, sono cioè una dolce, ostinata scettica cui piace, al massimo, un grazioso, opinabile hobby: travestirmi di mie definizioni - sono AUTONOMA, mi nomino da sola, senza bisogno di approvazione, se non quella del mio gusto per le parole. Faccio di me stessa un (bel) film. Gli aggettivi qui sono di mio esclusivo appannaggio, sono la mia eredità, vado alla ricerca dei verbi d'azione più che delle azioni - per poi mettere il tutto in pratica, senza dubbi o reticenze, perché dire è fare, o è vuoto persino di senso, un nulla. Bisogna pensare molto per essere molto. Mi calo in un personaggio, vivo la mia storia, non è bello esser oggetto di ETERONIMIE, mi basta avere una leggenda in cui credere, in cui sperare nonostante tutto e tutti, persino contro l'evidenza dei fatti (o meglio contro le sottili inconfessabili ideologie sottese alla loro interpretazione), armata fino ai denti dello scudo delle mie poesie, dell'acuto pugnale della mia mente, fino a vincere la mia personale battaglia contro: la buona come la cattiva fede, la stupidità del materialismo, lo spiritualismo che sacrifica alle atrocità del terrore, e tutti i più odiosi pregiudizi di questo mondo - tragicomica, donchisciottesca paladina di una sua innominabile arte, sciolta da servili tributi alla bellezza - bellezza, vetusta dea, idolo degli "artisti", cui sacrificherebbero tutto eccetto il proprio nome!

Sabato 17.   "Altro delirio - l'attività logorroica continua; è consigliabile munirsi del vocabolario della lingua mondiale": queste misteriose parole son state affisse sulla bacheca di questo (secondo lui) allucinante diario da un mio amico che (purtroppo!) in forza della legge 675/96 desidera mantenersi in incognito, nel più stretto riserbo, ramingo com'è, schivo e solitario su un blocco di stalattite come un antico eremita - è il mio guru personale, ed io sono (se è tutto oro colato quel che dice) la sua discepola prediletta, che tuttavia ogni tanto riesce anche ad insegnargli qualche nuovo vocabolo ("coreutico")... E ora qualche bautade in duo, di palo in frasca: 1. Il mio santone propugna pubblicamente la povertà ma pratica il lusso più sfrenato, come in quel film di Carlo Verdone... 2. Pensate che Einstein non ha spiccicato parola fino a tre anni (c'é chi dice sei). E' evidente che non potrò mai diventare un genio, al confronto con simili, inarrivabili castità orali...

Eh, sì, pane e parola, le uniche cose che mi tengono al mondo (materia e spirito, corpo e anima...). Si può vivere quaranta giorni e forse più senza mangiare (non senza bere o respirare - siamo liquidi più che solidi, e siamo aria più che acqua) ma neanche un solo minuto è privo di parole dette, ascoltate, meditate, assaporate, scritte, lette, pensate, sognate, cantate, suonate, attese, cercate, desiderate... Tutto è parola! Messaggio, comunicazione, unione nelle differenze, fratellanza dei lontani: un grande corpo, quello dell'umanità, animato da profonde correnti elettriche di pensiero...

Giovedì 15 alle 18 c'è stata la tanto attesa conferenza di don Franco Barbero della comunità di base di Pinerolo, associazione "Viottoli". L'ho accompagnato personalmente dalla stazione Brignole a via Cairoli a piedi, un bel giro turistico per San Vincenzo, via XX Settembre e via Garibaldi, durante il quale ha trovato modo, lui già così carico di libri (trascinava le 900 pagine del Lexicon della Chiesa Cattolica), di comprarne altri due da due diversi senegalesi, davanti alla Feltrinelli. Incontro preparato per lettera e molto desiderato, almeno per quanto mi riguarda. E' un grande studioso, che dà la preminenza all'amore, su tutto: "Amerai!", secondo la Bibbia e il consiglio di Gesù Cristo. "Dogmi, cicatrici delle battaglie ideologiche; i veggenti minacciano la fine dei tempi come periodo dell'apostasia e della ribellione. Ma bisogna vedere da che parte è l'apostasia, quanto è indispensabile una giusta ribellione", gli ho detto. Devo leggere di più, e più attentamente. E' una grande fonte per me, come tutti quelli che per vocazione divina, per ispirazione incoercibile leggono a più non posso, si abbeverano e così danno da bere agli altri, assetati più di loro, ma dolorosamente inconsapevoli. Bisogna liberarsi dal principio patriarcale dell'autorità, liberati possiamo meglio liberare gli altri. Sì, ma è triste vederli indietro, ancora ripieni di pregiudizi, incapaci di amore, alla ricerca di condanne da affibbiare a chi è diverso da loro. E' sempre stata dura per le minoranze (ministero, ministro, amministrare, minoranza: da minus, cioè meno, minore). 8 febbraio 1984: legge della CEE che intima agli stati membri di recepire nel proprio ordinamento istanze di  diritto e di eguaglianza sociale tra tutti i tipi di coppie o di unioni civili, senza differenze basate sulla religione, la lingua, l'etnia, il colore della pelle, l'età, il paese di nascita, il sesso e l'orientamento sessuale (o sentimentale). Ma da quella data il magistero (magistero, maestro, da magis: più, maggiore) cattolico ha combattuto proprio per non estendere (nelle leggi dei vari stati) i diritti propri delle coppie sposate in chiesa o in comune anche alle coppie di fatto, a quelle omosessuali, alle coppie e alle famiglie atipiche. Non c'è una decina di pagine del Lexicon ove non aleggi lo spettro demoniaco dell'omosessualità. La grande famiglia patriarcale è finita, ci sono solo famiglie mononucleari di quattro, tre, due, a volte solo un elemento. Il legame di sangue non è più così importante. Due idoli ci rimangono da abbattere perché sia resa giustizia alle PERSONE, al loro amore, alle vere relazioni che intercorrono tra di loro: il matrimonio e la famiglia, sempre più spesso recipienti di violenza, brutture, oppressioni tanto efferate quanto coperte da omertà, idoli sanguinari a cui si sacrificano troppe vite, perse nell'adorazione di un'idea fuori dal tempo e dalla storia, un Molock ammantato di Bon Ton, Galateo, perbenismo, benpensantesimo, ipocrisia e pregiudizi, il tutto indistricabilmente fuso nell'immagine del Dio Successo - Mammona nell'aramaico di Gesù, la ricchezza, l'approvazione sociale, un'improbabile quanto superficiale felicità terrena - svenevole, irraggiungibile chimera.

Ennesima rivoluzione nei miei Diari: ora (come nel medioevo, del resto) in alto c'è il passato, in basso il presente. Il senso è dall'alto in basso, ci si deve calare nelle mie ultime parole a partire dalle prime - chi voglia saltare la storia per l'attualità cada subito in basso, nella polvere.

Mi vengono a trovare amici (Stefano, Bescir, Pietro, Giada, Fabiola...), vado io da loro, in assoluto interscambio e parliamo sempre fino a notte fonda; ebbene sì, sono un animale dai gusti circadiani molto spiccati, declinanti per innata passione tutte le sfumature del serotino, e distruggo rapidamente, in chi veglia con me le stelle strane, ogni naturale inclinazione al sonno (compagno, amico, consigliere,  risolutore, liberatore, salvatore...), vanifico come neve al sole il senso del limite, il bisogno di riposo, ogni sentimento di possibile stanchezza. Dura starmi accanto, non mollo tanto facilmente la presa - la preda che abbocca all'amo del dialogo, oh, questo sacro discorso sul mondo tra anime laiche! (Eh, sì, gli angeli, i santi, questi misconosciuti, non parlano mica tra di loro, aborrono discussioni, questioni, opinioni: stanno ai piedi di Dio, loro soli, in eterno adorante ascolto...)

Domenica 18.   Sto vivendo un periodo di eccezionale tristezza, rischiarato dai baleni di una gioia ugualmente ineffabile. Forse vivo ora per la prima volta nella mia vita, dopo anni di chiusure e vagolii nel buio labirinto dell'anima. Eppure i dubbi sono immensi per la loro portata, scavano incidendolo per sempre il mio spirito come fosse burro. Come ho trovato il modo di dire a don Franco Barbero, sono totalmente trasparente alla comunicazione interpersonale, e chi è acqua deve avere in sè anche immani dighe. Non riesco a giudicare o definire alcunchè, alcuna persona al mondo, compresa me stessa. Al massimo emetto racconti, affabulazioni che mascherano e insieme rivelano l'ineludibile essenza di ciò che penso, di ciò che sono. Non ho misteri per nessuno (mio strano vanto - o presunzione?), perchè il più grande mistero sono io. E questo, se non si è semplicisti, penso sia valido per tutti, anche se non mi periterei mai di parlare, come i politici, in nome degli altri, o, peggio, per il loro presunto bene. E siccome sapevo che il mio particolare modo di essere, anzi il mio essere tout court non sarebbe mai stato ben accetto nell'ambiente che mi contornava come fa l'acqua col pesce, mi sono negata nel profondo della mia intimità fino a dissumularmi, a nascondermi, a inventarmi diversa da quel che fin dai miei primi cinque, fatidici anni, sapevo di essere. Per un bel pezzo (per fin troppo tempo), poi, ho sepolto la mia anima e il suo desiderio di amare, d'amore, perdendomi nella vana rincorsa della sua immagine - giocoforza distorta dallo specchio deformante delle aspettative altrui. Già, ora però so che devo diventare chi sono, per compiermi fino in fondo. E' un dovere di probità morale verso me stessa, cui non posso più sottrarmi con leggerezza dopo averlo visto emergere alla coscienza così magicamente pregno del mio stesso stupore. A me non posso più mentire, agli altri non son mai riuscita. E così, ora che mi sono scoperta, cioè ora che mi sono riscoperta, rivisitando la mia storia con sguardo finalmente consapevole di se stesso, ora non posso più fermare questa esplorazione, questa mappatura di me stessa: è come un fiume in piena, una valanga che cadendo a valle prende sempre più corpo, peso e velocità, fino ad abbattere tutto quello che le si pari innanzi, fino al suo sfogo naturale nelle plaghe di una tranquillezza non banale, di una delicissima pace duramente conquistata come da indomito spirito di principessa guerrigliera - gloriosa, lieta, sardonica.

Mercoledì 21.   A proposito di "gloriosa, lieta, sardonica", mi sembra Cioran abbia affermato: infilare tre aggettivi, avere uno stile. Il climax o l'anticlimax, prendere da campi semantici diversi ma non troppo, saper accostare differenze di contenuto e di forma, dare slancio, far pensare, non essere mai banale, stupire, impressionare ma allo stesso tempo dire la verità, non esagerare, liberarsi però dai giudizi altrui, che finirebbero per castrare ogni velleità di bellezza, perfezione, verità. Autodefinirsi, autonomarsi, usare, creare parole per dire se stessi è un diritto/dovere irrinunciabile, pericoloso e liberante. Nessuno ha il diritto di farlo al posto mio - e nemmeno di giudicare, se non vuol essere giudicato dallo stesso giudizio con cui giudica gli altri. Certo, che ognuno giudichi se stesso e gli altri è inevitabile, ma ogni testa, un giudizio, e poi chi riesce a mettersi veramente nei panni altrui? E ciò nonostante, quanto è affascinante provarcisi, tentare di uscire completamente da se stessi per poi rientrarvi - ma i paragoni dopo questo straniante viaggetto sono solo virtuali...

Ieri sera scenetta curiosa, inquietante. Un bar pizzeria squallido. Lei: Sei straniero? Io: Risate di cuore, forse per sdrammatizzare. Lei: Occhi vitrei, fissi, implacabili. Lui (dopo il breve silenzio di uno sguardo eloquente all'intorno): Sì. Lei: Da dove vieni? Lui: Dall'Africa Lei: Dove, Africa? Lui: Marocco Lei: Città? Lui: Casablanca. Lei: Hai visto il film? Casablanca è un posto tremendo. Noi: Sconcerto montante. Lei: Perchè non te ne resti a casa tua? Lui (come chi non ha sentito bene): Come? con estrema calma e gentilezza, senza minimamente scomporsi. Lei (rimontando la china): Perchè sei venuto qui? Lui: Per conoscere questa meravigliosa persona, accennando a me. Io, al contrattacco: E tu dove abiti qui a Genova? In che via? (avrei voluto una risposta qualsiasi per controbattere: E allora tornatene a casa pure tu!) Lei (cambiando abilmente discorso - per modo di dire): Siete amici? Io: Sì Lei (un passo indietro): Sei cattolica? Io: Sì Lei: Io no Riprendo: Per me va bene lo stesso (a lui): Hai finito il caffè? Bene. Allora andiamo. Il barista: ci sorride, con un cenno (d'intesa?). Commento e morale: Ordinarie leggende metropolitane - il razzismo ormai è solo cosa da pazzi? Noi: Misto di terrore e pietà per quella. Sproloquio finale: Grazie, Basaglia, la vita ora è più varia, i deliri a pelle, a macchia di leopardo, come sogni ad occhi aperti, il mondo visto da occhi alienati - e questi occhi potrebbero essere i nostri!

Martedì 27.   Su Il Secolo XIX di oggi c'è una mezza pagina di cultura e spettacoli sul fenomeno dei blogs, i diari in rete, come questo che abbiamo sotto gli occhi ora. Francesca Mazzuccato ne parlerà, sempre oggi, alla Fanc di v. XX Settembre (GE), alle 6, presentando il suo ultimo libro, pubblicazione cartacea del suo diario internet. Riuscirò a far la presenzialista anche lì? Esserci, la magia della mia bici...

Sì, c'ero anch'io, come si suol dire, e in gentile compagnia di Silvia, interessata anch'ella, ma forse più ai convenuti che alla conferenza in sè - persone veramente speciali (secondo lei - e potrebbe aver ragione!).

Carissima Lory - eccoti nominata! So che ci tenevi tanto, o come minimo da quando sei incappata nel dolce laccio dei miei scritti virtuali ti sei chiesta il motivo della mia curiosa reticenza nei tuoi confronti. Nessun motivo, il cieco caso così volle, ma ora gli diamo una bella dritta, ok? Sì, è stato proprio indimenticabile il nostro viaggetto sulle spensiarate vette alpine, per idillici praticelli, ristorantini ricercati e defatiganti autogrill ad ogni piè sospinto - oh, quei posti superbi, mondani ma stranamente solitari, in questo ultimo fine settimana... Anche Ivy, complice una piccola, innocua caduta al lago Blu, non dimenticherà facilmente quella pace, quelli spazi, e quell'aria sopraffina, così povera di ossigeno come di smog, l'aria più leggera che si possa respirare, bere - mangiare, oserei insinuare... E dopo circa 5 ore di macchina, un grazioso rendet voux (so solo dirlo, poi imparerò a scriverlo) all'Expo, dove con alcuni bellissimi negri, e trafitta dagli sguardi chiari di luce di alcune mie languide (ma mai troppo languide, ahimè) amiche, ho trovato modo di battere (fino al viola delle dita - quando suono non capisco più niente, è un delirio orgiastico!) su un mitragliante tamburo, che poi ho debitamente acquistato, vista l'acustica e soprattutto la leggerezza del materiale, così accattivante per la particolare logistica delle mie due ruote (che difficilmente supporta l'incongrua combinazione di grandi pesi ed elevata velocità). Finale in bellezza, come si dice. E via un altro weekend, nelle fauci del passato, questo onnivoro compagno di strada che prima o poi ci inghiottirà tutti - che gli venga un accidenti, un colpo, o per lo meno una sonora indigestione!

Giovedì 29.   Cara Simo leader, ora sei sul (mio) web pure tu! Contenta?
Venerdì 30.   Ciao, mia carissima nipotina dell'armatore! Veramente ne conoscevo due, di nipotine di armatori genovesi, ma per chi un motivo chi per l'altro, se ne sono andate tutte e due: una per incidente stradale dopo una bella febbre del sabato sera (guidava un altro), l'altra è data per dispersa dopo aver lasciato detto di voler raggiungere, a Londra, una non meglio identificata comunità butch. Eh, sì, so benissimo che nessuna delle due mi leggerà mai - una è in paradiso, se mai qualcuna vi entrò (la ricordo vagamente solo come angelo - non l'ho più vista dopo le elementari), l'altra, ben altrimenti orgogliosa, testarda e indignata, sconta le pene dell'inferno, se pure fosse ancora viva (cosa di cui dubito perché la sua anima è morta, non potendo più amare nessuno, come lei stessa ebbe modo di affermare poco tempo fa). Ma se anche le vostre orecchie fossero fuse nel fuoco, gli occhi abbacinati da due diversi splendori, le menti lontane, irrimediabilmente distaccate ormai dal mondo dei vivi - e quindi dalla mia persona, dalle mie parole, infine dal mio vacuo amarvi (se posso dir così - e posso, visto che nessuno, qui sul mio sito, me lo può contestare, neppure voi) - e non ci fosse modo per voi di entrare qui nel web a spiare le mie insignificanti mosse - voi ora nell'Eterno, nell'assoluto nulla (o Tutto) - sì, io vi vorrei dire lo stesso un mare di cose! Un oceano, grande come può diventare il mio pianto che a fiumi è stato sparso inutilmente in tante notti di lenta disperazione. Dopo la consumazione del lutto ci si riprende, non c'è dubbio (ma cosa vuol dire? Siamo consumatori anche di questo?), eppure rimane una voglia di presenza, di parlare, di avere qui e ora, di perseverare nell'illusione che il passato possa continuare nel presente - quel passato così presto mitizzato, quella bella favola che ci si racconta per dare una dignità al proprio compianto... Favola non fu mai, nonostante un qual certo mio spiccato talento per una discutibile logorrea (che mi ostino a considerare la mia personale salvezza, ma che altrettanto probabilmente potrebbe rivelarsi per un vizio della facezia, o quanto meno un malsano indulgere su quisquilie verbali), anche nei momenti più prosaici della quotidiana fatica di vivere. Ma insomma, mi mancate tantissimo - soprattutto (inutile nasconderlo - e a chi?) una delle due - e a questo non c'è rimedio. Ecco il lutto, il dolore del distacco, la prova, ed ecco anche il mio fallimento umano: qualcuno che amavo è morto - e non si sa neanche dove, come, quando... Sul perchè stendiamo però un velo pietoso, le cose non sono mai state molto chiare, fra di noi; solo una cosa era fuori da ogni dubbio: il sublime, la grandezza della conoscenza a cui si arrideva insieme, la pace dei sensi, il piacere di vivere, di essere, di comunicare - e tutto ciò misto ad inconfessabili orrori di cui a stento il pensiero razionale può rendere l'idea, e cioè (ci provo) il senso panico dell'essere finalmente se stessi, il non ritrovarsi più in armonia con la propria precedente visione del mondo - in un tale inedito terrificante senso del vuoto che si fa fatica anche solo ad immaginare possibile. Ma il fascino sta proprio nel contrasto, e nell'averlo vissuto appieno, senza sconti, addirittura senza pensarci, con l'incoscienza degli adolescenti, e solo perchè era la cosa più bella, l'unica che avesse un senso, nella mia vita, la prima cosa veramente meravigliosa. Come disse Pasternak: "E non devi recedere di un solo briciolo dalla tua persona umana, ma essere vivo, nient'altro che vivo, vivo e nient'altro sino alla fine." Ora la conoscenza di me stessa si può dire ultimata, ora la teoria è finita, ora sta il difficile: essere: sola - e universi!

Tra poco iniziano due belle manifestazioni gratuite e dalla grande affluenza di pubblico, due veri e propri eventi per Genova della cultura: da domenica 1 a domenica 8 giugno, il Suq in festa (organizzato da Carla Paroleiro e Valentina Arcuri e da Chance eventi), dalle ore 17 alle 24, alla Loggia di piazza Banchi e in piazza delle Feste all'Expo, e a giugno inoltrato (non so ancora esattamente quando) il Festival internazionale di poesia 2003 (organizzato da Claudio Pozzani e dal circolo Viaggiatori nel tempo) al palazzo Ducale.