Intervista a Francoise-René Duchable



 

Lei è anche conosciuto e apprezzato dalla critica come uno stacanovista della musica... Non è da tutti eseguire i due concerti di Brahms in una sera, o i cinque di Beethoven in due serate.

Sono sfide.Tante cose le ho accettate, non decise. O meglio, non ho avuto il coraggio di rifiutarle, e dunque ho avuto il coraggio di farle.

Perchè si definisce un pianista dell'orchestra del Titanic?

Ho sofferto trent'anni di carriera vendendo musica, vendendo Ravel e Brahms, vendendo le mie interpretazioni come si vende il prosciutto o le armi, ora voglio vivere tranquillo con i miei asini, in campagna, fare pittura, scultura, scrivere, apprendere altri strumenti, suonare per me stesso e imparare quel repertorio che non ho avuto tempo di studiare: Schubert, Haydn, Beethoven, sapendo che non lo suonerò per nessuno. Rifiuto una vita che non ho scelto, come accade a tanti musicisti che magari non lo ammettono: specialmente i pianisti cominciano a suonare a cinque o sei anni, ed è impossibile che l'abbiano scelto per vocazione; c'è chi ha scelto per loro. Ho segato una gamba al mio pianoforte e l'ho chiamato Titanic: non sarà più strumento di lavoro per vendere, ma strumento del piacere e della libertà. Avrò tante cose da fare, migliori di quelle che faccio adesso. Musica, certo, ma fuori dai teatri, nelle strade (come già tante volte ho praticato), nelle prigioni, nei quartieri difficili, per i bambini, oppure a casa mia, nell'estasi di fare un concerto esclusivamente per me stesso... Ho in mente ad esempio di propormi l'integrale delle trentadue sonate di Beethoven, magari interrotte da un panino... Oggi, per quanto riguarda la musica classica strumentale, suoniamo per l'uno o due per cento della popolazione: dunque la cultura è in fase di scacco. Non posso più accettare di trovarmi in questo sistema. Glenn Gould ha rifiutato i concerti in quanto arena sanguinaria, io invece amo moltissimo il contatto col pubblico; solo che quello delle sale concertistiche non è il pubblico che ho scelto, e neppure i luoghi, dove sono obbligato a suonare per contratto, ad essere efficiente dalle 21 alle 22, poi ristorante e albergo. Quando ad esempio vado a suonare per gli handicappati, posso fare musica quando voglio. In campagna metto un pianoforte elettronico su un carro e posso suonare ovunque, tutta la giornata: questa è la libertà. Non sono altruista, tutto ciò che faccio è per la mia felicità, dunque per egoismo. Voglio suonare in pubblico, ma decido io dove e quando, senza contratto.

Nella sua decisione ha pesato anche il ritmo di vita che impone il concertismo?

Certo, io odio viaggiare: viaggiare non significa solo annoiarsi, ma tagliare a brandelli la vita, fare zapping della propria esistenza. Tento di diminuire lo stress viaggiando in macchina, per lo più di notte, come uno zigano, in una casa viaggiante ove talvolta mangio, dormo e lavoro.

Un ricordo del suo insegnante Arthur Rubinstein...

Mi disse fin da subito: "Io ti do dei consigli, ma tu non devi seguirli". Ma era un uomo che aveva settant'anni più di me, mi ha aiutato con l'affetto e mi ha detto una sola cosa davvero importante: "Bisogna studiare e cantare la musica senza il pianoforte, senza suonare, perché l'arte è naturale o non è arte. E' naturale, non si impara e neppure si può spiegare". Personalmente ritengo di non avere maestri, la vita è il maestro. Penso da qualche anno di aver trovato il mio stile, non rifiuto la tradizione ma ne sono abbastanza indifferente; non ascolto quasi mai incisioni, soprattutto di pianisti. Per me è più importante ascoltare Tosca, Tabarro o la polifonia del Rinascimento. Non si impara nulla ascoltando gli altri pianisti. Preferisco ascoltare autori quali Kurtag, Xenakis... Ligeti soprattutto, perché la sua musica profuma di mistero, ma vorrei ascoltarla in una grotta, non in una sala da concerto...

Nel suo futuro prevede l'insegnamento?

Insegnare è un'esigenza, ma non è urgente.

Cosa si augura per il futuro del mondo?

Noi artisti facciamo la nostra terapia. Ma l'artista e la bellezza non salvano il mondo: anche Himmler amava l'arte e faceva cose terribili.. La musica non salva nessuno, ma può aiutare alla comprensione dei punti di comprensione collettiva, nella bellezza. Sono sicuro che c'è un altro mondo fuori della materia. Non lo spiego, ma quando faccio della musica, qualsiasi musica, lo sento. Ho sempre sentito desiderio verso l'immateriale, attirato da qualunque religione. Ovunque fossi nato avrei abbracciato l'invisibile, un dio qualunque, sia Cristo, Budda o il Sole. Sono cristiano e soffro nel vedere a che punto la religione diventa motivo in più per odiare, invece che riunire l'umanità. Per me la musica è una modalità di comunione universale. Quando sento il silenzio del pubblico, avverto la prova di un'energia invisibile, positiva, che bisognerebbe però sviluppare in modo totalmente diverso da come pratichiamo adesso, fuori dal commercio. Vorrei cercare la perfezione (che ovviamente non esiste) per poi tentare di irradiarla agli altri. Non dimentico inoltre che un cristianesimo falso, male interpretato, ha contribuito al mondo del nazismo, del consumismo, dell'economia feroce. La sola soluzione sta nel dare il proprio piccolo contributo, nel paese, nel quartiere, amare i vicini. Lavorare in questo senso con la musica è una strada meravigliosa, che non smetterò mai di percorrere, ma a mio modo.

Ritiene di essere un esempio da seguire?

La mia filosofia no, ma il fatto di cambiare lavoro sì, potrebbe essere un esempio utile, qui in Europa. Negli Usa tutti sono disposti a cambiare professione, anche se nella logica del guadagno. E' bello e augurabile, comunque, regalarsi nuove gioventù, iniziare nuove vite, a cinquant'anni.

 

Giorgio De Martino

da "Il Cantiere Musicale" n° 8
(la rivista mensile del Conservatorio Niccolò Paganini)
Novembre 2001