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A quanti con
appassionata dedizione cercano nuove epifanie della bellezza per farne dono al
mondo nella creazione artistica.
"Dio
vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gn 1, 31). L'artista,
immagine di Dio Creatore
1.
Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire
qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera
delle sue mani.Una vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa
negli sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore
per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme, avete
ammirato l'opera del vostro estro, avvertendovi quasi l'eco di quel mistero
della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche
modo associarvi.
Per questo mi è sembrato non ci fossero parole più appropriate
di quelle della Genesi per iniziare questa mia Lettera a voi, ai quali mi sento
legato da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo e hanno segnato
indelebilmente la mia vita. Con questo scritto intendo mettermi sulla strada di
quel fecondo colloquio della Chiesa con gli artisti, che in duemila anni di
storia non si è mai interrotto e si prospetta ancora ricco di futuro alle
soglie del terzo millennio.
In realtà, si tratta di un dialogo non dettato
solamente da circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato
nell'essenza stessa sia dell'esperienza religiosa, sia della creazione
artistica. La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello
esemplare di ogni persona che produce un'opera: nell'uomo artefice si rispecchia
la sua immagine di Creatore. Questa relazione è evocata con particolare
evidenza nella lingua polacca, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole
stwòrca (creatore) e twòrca (artefice).
Qual'è la differenza tra "creatore" e "artefice"? Chi crea
dona l'essere stesso, trae qualcosa dal nulla - ex nihilo sui et subiecti,
si usa dire in latino - e questo , in senso stretto, è modo di procedere
proprio soltanto dell'Onnipotente. L'artefice, invece, utilizza qualcosa di già
esistente, a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è peculiare
dell'uomo in quanto immagine di Dio. Dopo aver detto, infatti, che Dio creò
l'uomo e la donna "a sua immagine" (cfr. Gn1,27), la Bibbia aggiunge
che affidò loro il compito di dominare la terra (cfr. Gn 1,28). Fu l'ultimo
giorno della creazione (cfr. Gn 1,28-31). Nei giorni precedenti, quasi scandendo
il ritmo dell'evoluzione cosmica, Jahvé aveva creato l'universo. Al termine
creò l'uomo, il frutto più nobile del suo progetto, al quale sottomise il
mondo visibile, come immenso campo in cui esprimere la sua capacità
inventiva.
Dio ha, dunque, chiamato all'esistenza l'uomo trasmettendogli il
compito di essere artefice. Nella "creazione artistica" l'uomo si
rivela più che mai "immagine di Dio" e realizza questo compito
prima di tutto plasmando la stupenda "materia" della propria umanità
e poi anche esercitando un dominio creativo sull'universo che lo circonda.
L'Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della
sua trascendente sapienza all'artista umano, chiamandolo a condividere la sua
potenza creatrice. E' ovviamente una partecipazione che lascia intatta
l'infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il cardinale
Nicolò Cusano: "L'arte creativa, che l'anima ha la fortuna di
ospitare, non si identifica con quell'arte per essenza che è Dio, ma di essa è
soltanto una comunicazione e una partecipazione".
Per questo l'artista, tanto più consapevole del suo
"dono", tanto più è spinto a guardare a se stesso e all'intero
creato con occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo inno
di lode.Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria
vocazione e la propria missione. La
speciale vocazione dell'artista
2. Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico del termine.
Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, a ogni uomo è affidato il compito
di essere artefice della propria vita: in un certo senso, egli deve farne
un'opera d'arte, un capolavoro.
E' importante cogliere la distinzione, ma anche la
connessione, tra questi due versanti dell'attività umana. La distinzione è
evidente. Una cosa, infatti, è la disposizione grazie alla quale l'essere umano
è l'autore dei propri atti ed è responsabile del loro valore morale, altra
cosa è la disposizione per cui egli è artista, sa agire cioè secondo le
esigenze dell'arte, accogliendone con fedeltà gli specifici dettami. Per questo
l'artista è capace di produrre oggetti, ma ciò, di per sè, non dice ancora
nulla delle sue disposizioni morali. Qui, infatti, non si tratta di plasmare se
stesso, di formare la propria personalità, ma soltanto di mettere a frutto
capacità operative, dando forma estetica alle idee concepite con la mente.
Ma se la distinzione è fondamentale, non meno
importante è la connessione tra queste due disposizioni, la morale e
l'artistica. Esse si condizionano reciprocamente in modo profondo. Nel modellare
un'opera, l'artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione
costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come
lo è. Ciò trova innumerevoli conferme nella storia dell'umanità. L'artista,
infatti, quando plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera,
ma per mezzo di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità.
Nell'arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale di
espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate,
l'artista parla e comunica con gli altri. La storia dell'arte, perciò, non è
soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere d'arte parlano dei loro
autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l'originale
contributo da essi offerto alla storia della cultura. La
vocazione artistica a servizio della bellezza
3. Scrive un noto poeta polacco, Cyprian Norwid: "La bellezza è per
entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere".
Il tema della bellezza è qualificante per un discorso
sull'arte. Esso si è già affacciato, quando ho sottolineato lo sguardo
compiaciuto di Dio di fronte alla creazione. Nel rilevare che quanto aveva
creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella. Il rapporto tra bello
e buono suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso
l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della
bellezza. Lo avevano ben capito i greci che, fondendo insieme i due concetti,
coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: kalokagathìa, ossia
"bellezza-bontà". Platone scrive al riguardo: "La potenza del
bene si è rifugiata nella natura del bello".
E' vivendo ed operando che l'uomo stabilisce il proprio
rapporto con l'essere, con la verità e con il bene. L'artista vive una
peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può dire che la
bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore con il dono del talento
artistico. E certo anche questo è un talento da far fruttare, nella logica
della parabola evangelica dei talenti (cfr. Mt 25,14-30).
Tocchiamo qui un punto essenziale. Chi avverta in sè questa
sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica - di poeta, di
scrittore, di pittore, di scultore, di architetto, di musicista, di attore... -
avverte al tempo stesso l'obbligo di non sprecare questo talento, ma di
svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l'umanità. L'artista
e li bene comune
4. La società, in effetti, ha bisogno di artisti, come ha bisogno di
scienziati, di tecnici, di lavoratori, di professionisti, di testimoni della
fede, di maestri, di padri e di madri, che garantiscano la crescita della
persona e lo sviluppo della comunità attraverso quell'altissima forma di arte
che è l'"arte educativa". Nel vasto panorama culturale di ogni
nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono
al loro estro, nella realizzazione di opere veramente valide e belle, essi non
solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell'intera
umanità, ma rendono anche un sevizio sociale qualificato a vantaggio del bene
comune.
La differente vocazione di ogni artista, mentre determina
l'ambito del suo servizio, indica i compiti che deve assumersi, il duro lavoro a
cui deve sottostare, la responsabilità che deve affrontare. Un artista
consapevole di tutto ciò sa anche di dover operare senza lasciarsi dominare
dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità, e ancor
meno dal calcolo di un possibile profitto personale. C'è dunque un'etica, anzi
una "spiritualità" del servizio artistico, che a suo modo
contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra
voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: "La bellezza è per
entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere". (Continua...
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Carol Woytila (Papa Giovanni Paolo
II)
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